Era digitale, era provinciale

di Eleonora Zeper

(illlustrazione di Silvia Mengoni)

La verità è che la verità cambia
Friedrich Nietzsche

Ho sempre deprecato il proliferare del lessico filosofico nel corso dei secoli, mi è sempre sembrato che la storia della filosofia fosse una storia di incomprensioni lessicali: sarebbe dunque onesto dichiarare, all’inizio di ogni nostro discorso, l’inaffidabilità dello strumento di cui ci serviamo.
Nell’ultimo anno molte delle parole e delle categorie che usavamo per definire la nostra realtà sociale hanno perso ogni consistenza. Ce ne sono state offerte prontamente delle altre quali distanziamento sociale, didattica a distanza, assembramento… Chiedo scusa dunque se quest’articolo procede a tentoni: a me mancano ancora le parole per descrivere tutto questo.

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Un mio collega e amico si è dichiarato favorevole alla chiusura totale nel periodo natalizio: il problema sono gli ospedali e un “paese civile” non può far morire la gente. L’ha detto con convinzione e io, come con lui mi capita spesso, non ho saputo ribattere in alcun modo.

Qualche giorno fa un altro mio caro amico mi ha detto che non sarebbe passato a casa mia per chiacchierare delle nostre rispettive vite e stare un po’ assieme, così come avevamo concordato da qualche giorno. Mi scrive per dirmi che il giorno di Natale intende vedere i suoi genitori e che dunque, nei giorni precedenti, preferisce evitare ogni rischio di contagio e vedersi all’aperto. Ero dispiaciuta e un po’ irritata.

Mia nonna ha insistito perché la cena della vigilia fosse il più normale possibile, siamo andati da lei a due a due e abbiamo cenato in fretta e furia, per il resto è stato tutto uguale agli altri anni. Il mio fidanzato era contrario, non solo perché significava violare la legge, ma anche perché si sarebbe trattato di un assembramento. Posso dire a mia discolpa che l’ultimo decreto non era chiaro e che ci eravamo assembrati fino alla domenica prima e che quindi non ci sarebbe stata una gran differenza. Mi sono ugualmente sentita in colpa, per la nonna e per la legge. Gli ho detto, dopo averci pensato un po’ su, che poteva fare come desiderava e che non me la sarei presa in nessun caso; alla fine ha partecipato alla cena.

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Scrivo questo articolo anche per rispondere a queste tre persone. Come mi è accaduto spesso nel corso della mia vita, infatti, mi trovo a dover ribattere non avendo subito sotto mano gli strumenti e le categorie linguistiche e di pensiero per farlo; giungere all’origine del mio dissenso mi costa dunque una certa fatica. Voglio dir loro che le mie prese di posizione non sono frutto di superficialità né sono legate solo al mio temperamento.

Come verrà chiamata la nostra epoca? Quale sarà il suo colore, la sua nota dominante, il suo sapore? Se ancora qualche anno fa mi ponevo questa domanda, ora la risposta mi è chiara: è l’epoca del iper-razionalismo e dello scientismo, un’epoca davvero digitale dove per digitale si intende, secondo il dizionario, di “apparecchi che trattano grandezze sotto forma numerica, cioè convertendo i loro valori in numeri”. L’era digitale è dunque il regno della quantità, della traduzione dell’uomo e della vita in numero, è un’era nella quale in ogni campo del sapere e dell’azione si pretende che, dato un input, sia prevedibile e calcolabile l’output. Si tenta, come mi è già capitato di affermare, di abolire ciò che sta nel mezzo, ossia l’essere umano. Lo si vede in ogni campo, da decenni; è questo il fondamento della cosiddetta digitalizzazione: la riduzione a numero.

Ogni fenomeno storico, però, non è assoluto, in gioco ci sono forze e controforze. Mi sono sempre immaginata la storia come una sorta di fiume che cambia colore a seconda dell’epoca che prendiamo in considerazione. Il colore dominante è uno per ogni epoca, ma nella corrente ci sono ruscelli sotterranei e mulinelli di altri colori, forze controcorrente, residui di correnti passate. Ognuno deve seguire la propria via e non ci si deve scoraggiare poi troppo se si fa parte di una forza che soccombe.
Scriveva nel 1944 T.S. Elliot.

Nell’epoca nostra, quando gli uomini sembrano essere più portati a confondere la saggezza con la dottrina e la dottrina con l’informazione e a cercare di risolvere i problemi della vita in termini di ingegneria, sta sviluppandosi una nuova specie di provincialismo che forse merita anch’esso un nome nuovo. È un provincialismo non di spazio, ma di tempo, per cui la storia non è che la cronaca delle invenzioni umane via via superate e messe da parte, e il mondo proprietà esclusiva dei vivi, una proprietà di cui i morti non possiedono azioni

L’uomo del XXI secolo, o per lo meno l’uomo che fa parte della corrente storica dominante, è un provinciale del tempo, un senza memoria, un nano che ha ben pensato di scendere dalle spalle dei giganti. Non vuole più girarsi indietro, ha quello che Jean-Claud Michea chiama “il complesso di Orfeo”. Vede solo se stesso, i propri modelli, la propria spiegazione del mondo e il proprio criterio di verità. Se ricordiamo poi che per Platone la memoria è la via del sapere e che conoscere significa solo richiamare alla memoria una conoscenza che è già in noi, il quadro si fa desolante.

Anche senza supporre che esistano diverse visioni del mondo, è lo stesso paradigma dei provinciali del tempo a soffrire di una fallacia logica. Essi stessi affermano che la medicina, fino ad un certo punto, ha fatto più danni che altro, essi stessi ritengono quasi ogni teoria medica passata risibile, sciocca, frutto di ignoranza e superstizione. Ridono degli uomini di due secoli fa, di cent’anni fa, di dieci anni fa: ridono insomma, uomini senza memoria né scienza, di se stessi. Il tempo, al giorno d’oggi, pare correre sempre più veloce, presto la scienza vedrà le cose da un altro punto di vista, offrirà nuovi modelli, nuove interpretazioni, nuove cure: i provinciali le accoglieranno come nuove verità e rideranno di quelle odierne come menzogne superate.

All’interno dello stesso mondo medico-scientifico ci sono uomini sciocchi e uomini intelligenti, uomini provinciali e uomini che non lo sono affatto. L’interpretazione che ci viene data in pasto dai media non può né deve essere definita quella scientifica sic et simpliciter.

Ci sono moltissimi uomini di scienza che sono ben degni di questo nome e sanno pertanto che la loro disciplina è il luogo dell’incertezza e del dibattito, che ogni teoria è un modello, un’approssimazione, non una verità. Definirei, per tanto, l’interpretazione che ci viene offerta da quasi tutti i mezzi di informazione come un’iper-semplificazione figlia di uno scientismo populista. Esistono, infatti, tre fattori principali che determinano l’insorgere di una malattia di natura virale o batterica: l’agente patogeno, l’ambiente e l’organismo ospitante.

Nell’interpretazione dominante tutto viene ridotto, per semplicità, all’agente patogeno, all’input. Se io entro in contatto con il virus sto male (unico output previsto) e ciò determina un pericolo per la sopravvivenza mia e degli altri uomini, se io non entro in contatto con il virus non sto male e non vi è pericolo. Gli uomini sono veicolo di contagio. Se io dunque evito ogni forma di contatto con l’altro uomo, evito di propagare il contagio e di mettere in pericolo me stesso e gli altri. Bisogna dunque evitare ogni forma di contatto con gli esseri umani (unica soluzione prevista: l’abolizione del prossimo di cui parla Agamben in A che punto siamo?).

Secondo tale interpretazione, quindi, non solo si parte dal presupposto che l’uomo è solo un corpo e che la vita è solo sopravvivenza del corpo, ma viene del tutto annullata la complessità del fenomeno. Viene offerta una spiegazione semplice. Falsa anche secondo i criteri di verità che lo stesso mondo medico-scientifico si dà, ma semplice. Mi è stato detto da un amico che, come i ragazzini, anche la gente ha bisogno di regole semplici.

In ogni caso, però, esistono tuttora e sono sempre esistite altre interpretazioni dei fenomeni rispetto a quella che, in senso lato questa volta, possiamo chiamare scientifica. Una delle più antiche domande del genere umano, infatti, riguarda le ragioni dell’esistenza del male: perché la vecchiaia, la malattia, la morte? Vi sono state, nel corso dei secoli diverse risposte: il male come punizione di una colpa, il male come necessità, il male come fonte di conoscenza e crescita interiore, il male come mistero. Tutte dimenticate e abolite dallo scientismo populista, così come da decenni la nostra società ha abolito la dignità della vecchiaia e il pensiero stesso della morte. Quando morire era più semplice, la gente ne aveva meno paura. Quando morire era più semplice, la gente aveva più energia e più amore per la vita nel senso più pieno del termine.

Tali diverse interpretazioni dovrebbero, in teoria, esistere tuttora: la questione del male, infatti, è una delle questioni principali per numerosi sistemi filosofici e per pressoché tutte le religioni. Dobbiamo tristemente constatare, però, che l’unico credo rimasto a livello globale è quello che Agamben chiama nuova “religione della salute”, un culto che propone regole semplici e rapide soluzioni, non lascia posto alla complessità, non al dubbio né al dissenso. Se, come ricorda lo stesso Agamben, la maggior parte di noi è stata disposta a rinunciare del tutto alle proprie idee, alle proprie credenze e alla propria quotidianità in nome di questo nuovo culto, significa, purtroppo, che ciò che avevamo era privo di un vero e stabile fondamento, era solo un paravento dietro al quale nascondevamo quell’invincibile noia che caratterizza l’uomo contemporaneo, noia che ora è stata sostituita dalla paura. Forse però la libertà, soprattutto quella di pensiero, è sempre stata troppo dolorosa e quindi mal accetta dal genere umano, “giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà”, così ne I fratelli Karamazov il Grande Inquisitore rinfaccia a Cristo l’assurdità del libero arbitrio.

Complessità, dubbio, dissenso si chiamano oggi negazionismo e complottismo. La spiegazione dei media, fornita a livello globale, è considerata la più semplice, la più razionale e, credo, la più funzionale. I cosiddetti complottisti di contro offrono una spiegazione altrettanto semplice e razionale, che ha il pregio, però, di non voler sistematicamente abolire la variabile umana e che, anzi, dei suoi lati deteriori tiene ben conto. Ma anche non volendo sottoscrivere la teoria del Great Reset, mi sembra che ci siamo del tutto dimenticati di tremila anni di storia del pensiero.

Un “paese civile” non lascia morire la gente negli ospedali? Può essere, ma non lascia nemmeno soli gli anziani nelle case di riposo senza possibilità di vedere per mesi e mesi i propri cari. Chiediamolo a loro se preferiscono una sopravvivenza simile a quella del vegetale o una carezza da parte dei loro figli. Anche in questo caso vige la regola della quantità: i vecchi sopravvivono un anno un giorno un mese in più, ma, senza gli affetti, non vivono davvero. Un “paese civile” non impedisce (vale sempre la pena ricordarlo) di celebrare le esequie funebri, così come è accaduto nel marzo scorso. Non impedisce ai ragazzi di vivere la propria adolescenza, di crescere e di cogliere le possibilità che la vita offre loro. Anche considerando le cose da un punto di vista scientifico, alla condizione psicofisica dell’organismo ospitante prima di entrare in contatto con il virus nessuno pensa più: sarebbe troppo complesso, poco prevedibile e difficilmente calcolabile. Forse, invece, abbracci e carezze ci renderebbero tutti più forti e più umani.

Mi si chiede: cosa ti costa rimandare a tempi migliori un aperitivo o un pranzo in famiglia? Voglio testimoniare, per quanto mi è possibile, la complessità di questa situazione, la complessità di ogni situazione. Voglio ragionare in termini di qualità e non di quantità. Non voglio che la vita umana sia ridotta a quella biologica e l’uomo al suo corpo. Voglio per lo meno ricordare che ci sono state epoche per le quali la vita, la morte e l’uomo erano molto più di una semplice questione biochimica. Per quanto io sia ben consapevole di non far parte della corrente dominante di questo secolo, credo sia necessario che ognuno faccia la propria parte perché, come ricorda la Bhagavad-Gita è sempre meglio morire seguendo la propria legge che sopravvivere seguendo quella degli altri.

3 Commenti

  1. Ma perchè l’autrice non si fa una bella passeggiata senza mascherina nei reparti covid per manifestare in nome della via d’Antigone? perché farsi tutti questi problemi, rinunciamo alla scienza, ai medici, in nome del mito, poi funerali da celebrare ne avremo eccome…

    • Gentile Mario, Mi dispiace per il suo tono aggressivo. Credo che sia necessario una certa tolleranza nei confronti delle opinioni altrui e credo siano i social a promuovere tali forme di anonima aggressività. Inoltre suggerirei, se desidera contestare il mio pezzo, di cercare di fare qualche osservazione un po’ più puntuale visto che è stato scritto proprio per sottolineare come gli scienziati seri considerino il mondo della scienza come una strada di ricerca e non come una verità rivelata; è stata mia intenzione, in secondo luogo, mettere in luce come le varie epoche abbiano avuto diversi criteri di verità. Inoltre mi spiace di sentire usare con tanto disprezzo la parola “mito”: anche a prescindere dal significato che questo termine possa aver avuto nelle società antiche, La invito a prendere visione del suo significato negli studi di Jung e in quelli di Cassirer (filosofo e storico della scienza). In ogni caso, se Lei crede che la scienza sia fonte unica e retrospettiva di verità, non posso far altro che invidiare le Sue certezze.

  2. Cara Eleonora, mi è sempre piaciuto come scrivi, pur non condividendone talvolta i contenuti. La tua invettiva contro lo scientismo populista è sacrosanta, le pratiche che difendi molto meno, perchè viziate da un bisogno personale. Il valore di una carezza o l’importanza di un rito funebre non sono forse essi stessi input e output? Un controllo razionale e “disumano” c’è sempre stato, fin dalle prime forme di aggregazione socisle: gli anziani, nelle società nomadiche venivano uccisi perchè rallentavano la marcia, i figli ridotti a uno per famiglia perchè troppe bocche da sfamare non erano sostenibili. Si moriva più a cuor leggero, forse, ma per necessità. Sposando una qualsiasi visione pre-moderna, oggi sarebbe più economico lasciar crepare molti più vecchietti di Covid. La cassa previdenziale ne avrrebbe vantaggio, per non parlare dei costi esorbitanti che le strutture ospedaliere risparmierebbero per femori rotti e patologie varie degli over 80, liberando risorse per investimenti. Se la logica che tu chiami “digitale” fosse davvero così legata ai meri numeri, non ci sarebbe motivo alcuno per tutto il casino in cui siamo immersi da mesi. Infatti il più grande baluardo del pensiero liberista, gli USA, ha fatto proprio così: meglio xmila morti che fermare l’economia. Ok, tu mi parli di rapporti umani menomati e non di economia, ma il principio è lo stesso, l’interesse personale. Perchè dunque siamo a questo punto?
    A) per qualche teoria complottista sui big-pharma che hanno messo in giro il virus e adesso ci vendono la cura. Ma li hai visti i trumpiani?
    B) perchè la pastoia culturale in cui viviamo non è solo digitale ma anche classica, cristiana, illuminista, liberale, socialista, post-modernista e una miriade di altri “-ista”, e in ognuna di queste forme di pensiero la sopravvivenza e il miglioramento della condizione umana sono dati per impliciti, ad ogni costo, con tutte le contraddizioni che questo implica. Quello in cui viviamo non è certo il migliore dei mondi possibili ma sei davvero così certa che sia esistito un tempo storico da rimpiangere, in cui “si stava meglio quando si stava peggio”? Perchè se così fosse, quello degli input e degli output sarebbe un sistema auspicabile anzichenò, antropologicamente più coerente. Tuttavia non credo che, in nome di un rapporto con la vita e la morte più “naturali”, lasceresti andare tanto facilmente quanto suggerisci nel tuo articolo, le persone che vorresti e non puoi accarezzare, abbracciare e baciare. E lo stesso vale per gli altri 7 miliardi di noi, quando la ragione da pura si fa pratica. Tertium datur vivaddio.

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