Il fascino discreto del Trattenimento Sanitario Obbligatorio

di Piero Cipriano


Dario Musso non è un anarchico come Franco Mastrogiovanni, non ha questa filosofia politica conficcata nel cervello ma è a suo modo un ribelle, un contestatore, un complottista direbbero quei pappagalli che oggi mettono a tacere qualunque idea divergente della società, della politica, della storia, attribuendo a piene mani l’etichetta di complottismo, Dario è un rapper, è una persona drammatica e teatrale, se volessimo psichiatrizzarlo facendo diagnosi dai video che ha disseminato nel medium digitale potremmo dire un istrionico, ma non lo dico, sicuramente, a naso, quell’iperestesia, quell’eccesso di onestà che pure caratterizzava l’anarchico Mastrogiovanni, affliggeva pure il rapper di Ravanusa, che continuava a esortare con una generosità da martire i suoi concittadini, fratelli, ripete nei vari video, svegliatevi, ma quale lockdown, ma quale virus, ma quale mascherina, ma uscite ma bruciate il danaro ma smettetela di fare i servi.

Eppure qualche somiglianza c’è tra l’anarchismo del maestro di Vallo della Lucania e la ribellione generosa del rapper di Ravanusa. Sono due contestatori, due disobbedienti, in misura diversa, generazioni diverse, che muovono forse anche da sponde ideologiche diverse, destra e sinistra potremmo dire per semplificare, oppure no, cultura alta cultura bassa, ma nemmeno.

Il denominatore comune è che entrambi talvolta eccedevano, l’umore, possiamo dare la colpa all’umore, il gran colpevole di quest’epoca (siamo o non siamo la società della depressione e del suo rovescio l’euforia?), che in certi esseri umani non riesce a stare in equilibrio ma a volte si esalta e a volte si sconforta. E così facendo si porta appresso il pensiero, che si megalomanizza in un caso o si fa apocalittico nell’altro. E l’equilibrio psichico viene meno. Mastrogiovanni aveva, prima dell’ultimo, subito altri ricoveri. Dario, a quanto pare, uno. Ma molti anni prima.

Quel che è certo è che entrambi subiscono un TSO spettacolare. Nel senso di società dello spettacolo proprio. Alla Guy Debord, dico. Quei TSO che non passano inosservati perché vengono filmati, registrati. Mastrogiovanni, fine giugno 2009, era stato multato dai vigili pare per eccesso di velocità nel centro storico di Acciaroli. Aveva fumato una canna, sembra. Un vigile, aveva fatto la diagnosi. Sguardo perso nel vuoto, scrive nel verbale. Il sindaco dà il via alla caccia all’uomo. Il giorno dopo: l’inseguimento, la fuga, in mare addirittura, a cantare si dice Addio Lugano bella! Lo vedete che pure Mastrogiovanni era un istrione? Una motovedetta informa i bagnanti che sono impegnati in una caccia all’uomo, dodici carabinieri, c’è una preda da braccare davanti ai suoi stessi alunni. Vienne atterrato in spiaggia. Siringato in spiaggia. Portato in ospedale. Sedato. Legato. Morto. Solo quelle telecamere a circuito chiuso di cui tutti si erano scordati ce lo restituiscono, il Cristo altissimo morto che diventa film, 87 ore, di Costanza Quatriglio, e diventa canzoni, 82 ore, di Pierpaolo Capovilla, Ballata per Mastrogiovanni di Alessio Lega.

“Possiate ricordarvene domani mattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di conversare con questi uomini, nei confronti dei quali, riconoscetelo, non avete altra superiorità che la forza”. Queste parole, scritte da Antonin Artaud quasi un secolo fa, scritte quando ancora non immaginava che ci sarebbe finito, nel manicomio di Rodez, sembrano accompagnare le immagini del film di Costanza Quatriglio dove si raccontano gli ultimi quattro giorni di agonia, tortura, cristologica passione del maestro anarchico. Ma sono parole che stanno benissimo anche addosso ai filmati che non abbiamo, ma possiamo immaginare, del ricovero di Dario.

Non ci sono immagini del ricovero di Dario perché nel SPDC di Canicattì non ci sono telecamere come nel SPDC dell’ospedale di Vallo della Lucania, telecamere di sorveglianza, che registrano i fatti. Si vede una persona, che entra da uomo vivo, un uomo altissimo, il maestro più alto del mondo lo chiamavano i suoi scolari, tranquillo, saluta, stringe la mano degli infermieri, si alimenta, si fa siringare, infine si addormenta. E quando è orizzontale, in posizione clinica, ridotto a corpo, corpo che dorme, viene legato al letto.

I medici clinici amano mettere a corpo clinico, a corpo morto, i degenti, i malati. È un debito che hanno contratto, i medici, tempo fa, verso l’anatomia patologica che sapeva (e sa) interrogare il corpo morto per mezzo del coltello, coltello che riduce in brani e vetrini. E dice qual è il male. L’ospedale è corpo morto. Diviso anatomicamente in una serie di organi, dalla testa al torace alla pancia ai genitali alle ossa. Eppure, non ci sarebbe bisogno di mettere un sofferente di testa a corpo morto. Pensateci. Una gamba rotta, ha senso mettere a letto la persona col femore rotto. Un cuore in affanno, ha senso mettere a letto a corpo morto un cardiopatico. Pure un epatopatico o un dializzato o un epilettico ha senso mettere a corpo clinico. Ma un euforico no. Un depresso no. Un allucinato no. Non ha senso immobilizzarlo a letto legandolo mani e piedi e agonizzandolo coi farmaci e chiudendo le porte di quel reparto l’unico chiuso dell’ospedale libero, e generale, e civile.

I medici non lo sanno neppure loro perché continuano a dire, paternamente al malato, si metta a letto. E al malato se è riluttante alla posizione clinica dicono, si leghi quell’uomo al letto.

Il film 87 ore (vedetelo se non l’avete ancora fatto) racconta l’uccisione di Mastrogiovanni trasformato in homo sacer, in colui che, suggerisce Agamben (e lo so che adesso Agamben non va più di moda, troppo inviso a destra e sinistra), è una vita uccidibile, perché avendo trasgredito può essere prima escluso dalla società e dopo soppresso. Sotto questa luce i malati psichiatrici oggi sono come gli ebrei nei campi di concentramento, o i migranti irregolari, esseri umani ai margini della società, già morti in vita, homines sacri, uccidibili senza troppi scrupoli etici.

Scrive Franco Basaglia, ne L’istituzione negata, che in manicomio entra un corpo, già indebolito dalla malattia. Ma quando penetra in quel luogo dove “prima di uscire vengono controllate serrature e malati”, dove il corpo del malato diventa suppellettile al pari di una serratura o di una porta, ecco che il suo corpo smette di essere soggetto (corpo che sono, Leib, per usare le parole di Husserl) e diviene oggetto (Körper, corpo che ho). E inizia così, spogliato, disumanizzato, la sua carriera morale di malato mentale.

Ma ciò che il film su Mastrogiovanni, inesorabile, ai limiti dell’inguardabile, ci racconta, è che il manicomio (o i suoi succedanei, come queste piccole istituzioni della violenza che molti reparti psichiatrici ospedalieri d’Italia sono diventati) disumanizza non solo i malati ma, seppure in modo diverso, anche il corpo curante.

L’infermiere che nel film 87 ore (ripeto: cercatelo, guardatelo) dice che non aveva bisogno di andare nella stanza di Mastrogiovanni, perché lo controllava bene dai monitor delle telecamere, è un essere umano che, almeno quando vive in quel reparto, si è disumanizzato, fatto macchina pure lui, diventato oggetto, suppellettile, chiave, serratura, videocamera egli stesso.

Oppure il medico che, a Grazia Serra, la nipote del maestro, che vuole visitarlo, le risponde: non c’è bisogno, perché ora è sereno (sereno!) e deve starsene tranquillo per altri dieci giorni a fare questa terapia (questa terapia!), è quanto di più lontano ci possa essere non solo da un medico etico, ma perfino da un essere umano decente.

Per questo 87 ore sembra essere non un documentario ma un film dell’orrore (e ciononostante va visto), attraversato da tanti robot, zombie, sia i poveri malati annichiliti dai farmaci (sono tutti allettati i malati di questo reparto spettrale, chi legato dalle fasce chi legato dai farmaci, e l’unico che, nei primi minuti di ricovero deambulava, era proprio Mastrogiovanni, troppo vitale dunque, e subito ridotto anch’egli a una dimensione di orizzontalità cadaverica), sia i curanti (curanti!) che si aggirano, con movimenti meccanici, in questo labirinto kafkiano, in questa fortezza chiusa, inespugnabile, che è il SPDC.

“Ho pensato, signor giudice, di liberarlo, se dipendeva da me l’avrei fatto”, così si giustifica un infermiere. E sembra di sentire di nuovo Adolf Eichmann nel processo di Gerusalemme che si difende, che si giustifica: eravamo in guerra, avevo degli ordini superiori, non dipendeva da me. Eccolo qui, ancora vivo, quel male non eccezionale ma banale, perfino normale, di chi uccide un uomo e nemmeno si rende conto della sua responsabilità.

Dario Musso non è morto, per fortuna, a differenza di Mastrogiovanni. Forse perché la spettacolarizzazione che il martire Mastrogiovanni fece suo malgrado del suo corpo, della sua nuda morte, è servita (un poco) da lezione? Ah quanto vorremmo credere che il caso Mastrogiovanni sia servito a qualcosa. O che sia servito il caso di Giuseppe Casu il venditore ambulante che nel 2006 lancia una bottiglietta di acqua minerale come gesto di protesta alla sospensione della sua licenza di vendere e viene sottoposto a TSO e muore e sparisce perfino il corpo, lì nei bassifondi dove si fanno le autopsie. O il caso di Andrea Soldi, pure lui immobilizzato finché muore vicino alla sua panchina di Torino. O quello di Massimiliano Malzone a Salerno. O, l’estate scorsa, la morte di Elena Casetto, una ragazzina, che brucia nel suo letto di contenzione, nel SPDC di Bergamo.

Nessuna lezione invece. La psichiatria hard tira dritta per la sua strada. Quella sua strada che viene dal manicomio e fa un circolo tortuoso e come un Uroboro ritorna in bocca al manicomio. La psichiatria ha un tenace legame, una sorellanza proprio, con lo spirito del manicomio, con le prassi del manicomio, la gran parte degli psichiatri (a meno che non abbiano fatto su di sé un lavoro di decostruzione dall’imprinting con cui vengono fabbricati: diagnosi-farmaco-fasce) pur non avendo conosciuto l’edificio manicomio, l’ideologia manicomio ce l’hanno cablata nella scatola cranica.

Le immagini del TSO brutale, selvaggio, maldestro di Dario, hanno fatto il giro d’Italia. Il sindaco di Ravanusa e i sanitari del SPDC di Canicattì sono stati sommersi di telefonate, mail, tra queste la richiesta di spiegazioni da parte di Gisella Trincas dell’UNASAM (associazione italiana dei famigliari di persone con disturbo psichico) o la lettera del garante dei detenuti. Questa pressione mediatica ha dato luogo, probabilmente, alla sua rapida dimissione, altrettanto selvaggia.

Così come nel ricovero di Mastrogiovanni, anche nella cattura di Dario Musso le immagini sono senza appello. Dario esce dall’auto, è tranquillo. Viene circondato da carabinieri polizia municipale e tre sanitari in camice. Uno dei quali si arma non di parola, colloquio, relazione, ma di una siringa caricata e puntata verso il gluteo di Dario, da attraversare e inoculare attraverso i pantaloni e senza disinfezione. In questi mesi di enfasi immunitaria, dove tutto è disinfettato, l’iniezione fatta senza alcuna profilassi, poi, è davvero paradossale.

Dario, come Mastrogiovanni in spiaggia davanti ai suoi alunni, viene atterrato sull’asfalto e siringato. Dov’era lo stato di necessità (articolo 54 del Codice Penale) che giustifica questa urgenza di sedarlo lì, subito, sull’asfalto? Dov’era la necessità di legittima difesa (articolo 52 del Codice Penale) che giustificava la sua presa e l’atterraggio?

Due dottoresse propongono e convalidano il TSO, il sindaco in giornata, 2 maggio, emette l’ordinanza. Dario viene ricoverato presso il SPDC dell’ospedale di Canicattì. Ma voglio dirlo chiaro. Lo scandalo non è il TSO. Il TSO esiste, è uno strumento, un dispositivo per curare una persona che ha delle alterazioni psichiche, di cui non è consapevole e dunque ricusa le cure, quando non ci sono altre condizioni per intervenire se non in ambito ospedaliero. Il TSO è una tutela. Ma deve essere extrema ratio. Arrivarci solo quando ogni negoziazione, per ottenere l’adesione alle cure, è fallita.

A Dario è stato chiesto, proposto, un trattamento? E quando è avvenuta la negoziazione terapeutica? Lì, sull’asfalto, quando Dario è con la faccia a terra? La prima valutazione, da parte del medico proponente (la sua dottoressa di medicina generale), è stata fatta in contumacia. Basandosi probabilmente sulla visione dei video dei giorni precedenti (video inquietanti, certo, ma non bastano per proporre un TSO), e facendo una telefonata a casa di Dario, dove parla con sua madre (peraltro nemmeno dichiarandosi come il suo medico di base, ma perché nascondersi?), ma non con Dario. E basta questo tentativo per innescare la proposta di TSO? E il medico psichiatra che convalida, a quanto pare, è una dei tre sanitari intervenuti per strada. Pure lì, non sembra che Dario abbia avuto l’opportunità di parlare con un medico in un setting decente, privato, rispettoso della sua dignità. Il setting è stato la strada. O meglio, l’asfalto.

Dopo la cattura viene condotto in SPDC a Canicattì. Non abbiamo telecamere che ci raccontino quei giorni. Non ci sono telecamere come a Vallo della Lucania ma ci sono le registrazioni audio di suo fratello, che nonostante sia un avvocato, per quattro giorni cerca di vederlo, o almeno parlare con lui per telefono, invano.

La dottoressa al telefono si nega. Si schermisce in un modo, che sembra ancora la banalità del male in azione. Ora dorme, dice una volta. Non abbiamo il cordless, dice un’altra volta. Ora ho un’urgenza, devo fare due ricoveri. Ma a chi la racconti, collega? (e mentre scrivo la parola collega mi viene in mente la poesia di un poeta trevigiano che dice Io non sono collega di nessuno). Uno psichiatra decente non si difende dal famigliare, anzi lo cerca, parla con il famigliare, fa entrare il famigliare a visitare la persona ricoverata. Soprattutto se questa persona è legata, sedata, cateterizzata.

C’è una straordinaria somiglianza di gesti, di prassi, di omissioni, di malpratica, di assenza di deontologia di professionalità di etica tra il modo con cui lo psichiatra impedisce, nel 2009, alla nipote di Mastrogiovanni di vedere suo zio legato (dorme, riposa) e il modo con cui la psichiatra impedisce, nel 2020, al fratello di Musso di vedere suo fratello legato (dorme, riposa). È la banalità della peggiore psichiatria che Basaglia e i basagliani pensavano di aver seppellito quarantadue anni fa insieme ai manicomi invece è qui, più perniciosa che mai.

Perché Dario viene tenuto legato e sedato per tutto il tempo? (Viene slegato dopo cinque giorni). È una domanda retorica la mia perché io lo so, che viene facile legare e difficile slegare. Slegare una persona che è stata legata è un momento perfino più difficile (e carico di responsabilità) della decisione di legarlo. In questi anni mi sono preso, molte volte, la responsabilità di slegare, quando la contenzione durava oltremisura. Perché non sto scrivendo da una torre d’avorio, io. Non scrivo da un SPDC no restraint come ce ne sono sempre meno in Italia. Scrivo da dentro un SPDC restraint che in questi ultimi dieci anni ha provato (tra alti e bassi) a ridurre drammaticamente sia il numero sia la durata delle contenzioni. Ma il mio ruolo critico nel SPDC dove lavoro non mi impedisce di esercitarlo anche rispetto a SPDC d’Italia dove la contenzione sembra essere la regola. A Vallo della Lucania, le immagini raccontano, erano tutti legati o sedati. Non vi erano ricoverati verticali. Dominava l’orizzontalità. Il corpo morto di cui dicevo prima.

Appena entra in reparto Dario viene legato ai quattro arti più (lo racconta nell’intervista alle Iene) una fascia sul torace. Dunque, se fai un TSO tanto drammatico, e tieni legata una persona per cinque giorni, è senz’altro per un disturbo molto grave. Eppure Dario viene dimesso, dopo una settimana, di cui cinque giorni legato e sedato, con una non-diagnosi, che testimonia l’incoerenza dei medici che hanno gestito il suo ricovero.

Perché non è stato un TSO. Non è stato un Trattamento Sanitario Obbligatorio, questa cattura di sette giorni senza un prima (negoziazione) e senza un dopo (presa in carico da parte del Centro di Salute Mentale) è stato un Trattenimento Sanitario Obbligatorio. Che non ha convinto certo Dario Musso o la sua famiglia ad affidarsi a quel servizio di salute mentale.

Purtroppo, non basta essersi liberati del manicomio, quarantadue anni fa, con una splendida legge (180) che si sta purtroppo svuotando progressivamente dei suoi contenuti. I suoi contenuti rivoluzionari erano che il manicomio, in quanto anti-terapeutico, andava distrutto, abolito, perché la cura non è la deportazione in luoghi-a-parte, ma è restare nella comunità, grazie a una rete di servizi, capaci di intercettare non solo la necessità di cura farmacologica o di colloqui, ma i bisogni di abitare, di lavorare, di socializzare.

Ecco che alcuni servizi di salute mentale questa presa in cura non la sanno fare, il Centro di Salute Mentale che avrebbe dovuto occuparsi di Dario, a giudicare da come ha gestito questo suo momento di disagio, sembra un guscio vuoto, un contenitore senza contenuto, ecco perché in certi territori si opera inseguendo l’urgenza, in Sicilia si fanno 30 TSO ogni 100.000 abitanti, un numero stratosferico, dieci volte maggiore del Friuli Venezia Giulia, dove se ne fanno 3 ogni 100.000 abitanti. Perché se non sai fare la presa in cura, non ti rimane che fare la presa, e basta.

Il numero di TSO non è mai un dato casuale, indica la qualità di un servizio di salute mentale. Lo stesso vale per la prassi di legare le persone. Se fai tanti TSO, se ricoveri sempre persone in grave crisi, obbligandole, più facilmente nel corso del ricovero adoperi le fasce. Molti TSO e molte contenzioni sono eventi sentinella che raccontano quanto un servizio di salute mentale sia in sofferenza e si affidi alle prassi manicomiali.

Il manicomio si reggeva su tre cardini: la reclusione, l’isolamento e il dominio. Il trattenimento di Dario Musso, questo spettacolare TSO ai tempi del lockdown, ci ha riproposto il manicomio, e ci ha riproposto la necessità della reclusione dell’isolamento e del dominio proprio nei mesi in cui, un’intera nazione (sessanta milioni di persone), ha vissuto sulla sua pelle il fascino discreto del manicomio. Perché questo è accaduto: per due mesi, un’intera nazione, è diventata manicomio. E il rapper di Ravanusa, che con troppa enfasi, si ribellava a questo manicomio, è stato portato in manicomio.

4 Commenti

  1. E’ inconcepibile che sia tollerato legittimato, privo di ogni fondamento medico e psicologico, l’istituto del ‘trattamento psichiatrico obbligatorio ‘( che l’eufemismo mascherante chiama trattenimento sanitario obbligatorio) nei cui confronti, rifiutando di applicarlo, non s’è levata alcuna voce di psichiatri e psicologi e degli altri operatori socio-sanitari e giuridici, ( per una critica scientifica alle pratiche psichiatriche, si veda il recente “LA MENTE MALATA” la cura repressiva della diversità, Nexus edizioni,2020).

  2. sto male a leggere di questo modo di agire,la dignità del”malato” è scomparsa tra le pieghe di una”psichiatrìa” che fa orrore,disconosce ogni deontologìa che si rispetti,a cosa servono le “cure?”.ancora si uccide con grande eleganza di fatti non nominabili,sono esterrefatta.

  3. Il diritto a non volersi curare ma a voler stare così come si è, va rispettato anche quello (finché non crea danno ad altri). E Dario col suo comportamento non creava danno a nessuno (in strada la gente ci rideva) e perchè doveva essere fermato? Se lui nel suo malessere non fa alcun male ad altri perchè obbligarlo al trattamento psichiatrico se ha il rap per sfogarsi/curarsi o un megafono e poi magari torna a casa sereno? C’è questa idea dell’Obbligo alla cura anche se fatta con dialogo che non mi torna. Mi sembra più una riabilitazione del dissidente, mentre i pappagalli sono visti come sani e nessuno ci deve dialogare

  4. Non mi sorprende visto che ci sono stati ricoverati no-covid rimasti sigillati nei nosocomi cui è stato vietato persino di ricevere gli occhiali da lettura ed effetti personali, come il telefono per comunicare coi parenti.Visto che tali oggetti potevano essere contaminati (!).Per di più, ai parenti veniva ingiunto di non telefonare e che sarebbero stati loro, i medici, a farlo per informare.E se non succedeva? Bé ci siamo scordati.
    Non accade nelle favelas (lì saranno stati più pietosi), ma in un ospedale romano.Salvo -per errore- scordarsi le cure per la malattia dell’anziano e lasciarlo morire legato al suo letto, dimenticato perché “si avevano troppi pazienti e c’era stata una contaminazione covid” (causata da un operatore che era stato fatto scendere dal nord Italia).
    E farsi restituire il disgraziato cadavere? Altra farsa. Se muori in un ospedale no-covid-free sei potenzialmente infetto se non hai fatto minimo 2 tamponi, prescrive l’ Oms. Per fortuna mia madre aveva appena fatto un tampone e una tac negativa che sono valse a farla tirar fuori dal doppio sacco di nylon dove l’avevano piazzata per incassarla direttamente.
    Quante direttive sono state seguite in altrettanto spregevole modo? A quanta gente sono state sospese le cure per sbaglio? È un sistema sanitario nazionale o peggio? Ah dimenticavo, i pazienti anziani erano definiti scaduti.Proprio come i farmaci.Questo è il gergo adottato dai “medici”.Applauso.
    Secondo l’ Inps i numeri dei morti anziani percepienti pensione sono addirittura maggiori…

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