In cammino con i migranti: intervista a Oscar Martinez

di Davide Pittioni

Oscar Martinez – foto di Stefano Tieri

La Bestia (Fazi editore, 2014) è un libro duro, come la pelle dell’autore. Oscar Martinez, giornalista salvadoregno di elfaro.net, per anni ha accompagnato i migranti in fuga dalla violenza e dalla miseria del Centro America, verso il Norte e la speranza di una vita migliore. Con loro ha attraversato il Messico: si è aggrappato ai tetti dei treni merci, che masticano e sputano centinaia di corpi ogni anno; si è messo in cammino sulle strade minacciate da banditi spietati; ha calpestato lembi di terra dove gli stupri, i rapimenti, gli omicidi si susseguono senza sosta. La sua strada – e quella di migliaia di migranti – ha incrociato i territori controllati dalle potentissime organizzazioni dei narcos, la corruzione delle autorità, l’impotenza o l’indifferenza di molti, fino all’ultimo muro, la lunghissima barriera che separa per centinaia di chilometri il Messico dagli Stati Uniti. Il suo reportage è il racconto di un’odissea senza fine, che ti scaraventa con la sua scrittura veloce e affilata dentro una vera e propria crisi umanitaria. Incontriamo Oscar Martinez a Trieste, dove si trova per ritirare il Premio Internazionale Marisa Giorgetti, promosso dal Consorzio Italiano di Solidarietà.

Qual è stata l’esperienza che hai vissuto a fianco dei migranti centroamericani?

Io non credo di aver vissuto l’esperienza di un migrante. Ho fatto molti viaggi sul treno, ma sempre come giornalista. Anche se ero solo, avevo alcune certezze, quella di poter dire – per esempio – il mio viaggio termina in un punto, o il poter tornare alla mia casa, alla mia vita e le mie abitudini. Invece per un migrante del Centro America l’attraversamento del Messico dura approssimativamente un mese, durante il quale la tensione non cessa mai. Devono abbordare circa otto treni per poter arrivare fino alla frontiera con gli Stati Uniti. La mia esperienza è stata complicata perché i gruppi del crimine organizzato cercavano di fare in modo che nessun giornalista si inserisse nel flusso, nel cammino. I miei viaggi erano brevi e con un obiettivo molto chiaro. Credo che mi sia difficile immaginare la tensione mentale che un migrante è costretto a vivere per un mese intero in queste circostanze. Non riesco a immaginarmi come starei io, credo sia una situazione che può squilibrare la mente di qualsiasi persona.

C’è un modo particolare in cui hai condotto le tue inchieste: se è praticamente impossibile calarsi nei panni di un migrante, hai comunque messo completamente in gioco la tua esperienza di giornalista. Qual è, allora, la tua idea di giornalismo e il lavoro che fate con la rivista El Faro?

In primo luogo quello che mi è più facile dirti è ciò che non intendiamo come giornalismo. Noi pensiamo che il giornalismo non sia come fare una pizza (sorride e aggiunge che è solo una metafora, nda): non crediamo che si debba impiegare mezz’ora a prepararlo e consegnarlo ancora caldo. In mezz’ora nessuno capisce nulla. Non crediamo neppure ai guru di internet che dicono che basti scrivere tre righe, o un tweet. Crediamo che il giornalismo sia un’attività di servizio pubblico. Il giornalismo, nella sua massima espressione, ha il compito di illuminare gli angoli più oscuri della nostra società. Sono le stesse ragioni menzionate da Seymour Hersh, il giornalista statunitense che scoprì il massacro di My Lai in Vietnam. Il giornalismo, in ultima istanza, cerca di rendere difficile al corrotto fare quello che fa e più facile a chi subisce la corruzione uscire dalla sua condizione.

Per come si sta sviluppando il giornalismo nel mondo, sembra che sia sempre più difficile trovare lo spazio e il tempo, soprattutto per fare un tipo di lavoro così approfondito. C’è molto fretta della notizia…

Guarda, non c’è una via facile per fare il giornalismo che uno vuole fare. Per fondare El Faro siamo tutti rimasti senza lavoro per vari anni. Ma non credo esista una formula. Ciò che a El Faro sappiamo è che le cose fatte con profondità alla fine riescono a calarsi nel mondo e ad essere recepite. Si tratta di rispondere a un bisogno: la gente vuole veramente capire, non si accontenta di leggere un tweet su ciò che gli fotte la vita. Vuole capire perché le bande in Centro America distruggono la vita di tante persone, perché è così difficile attraversare il Messico da migrante, perché in alcune zone d’Italia la camorra può agire con tale impunità, come racconta Saviano. Le persone vogliono capire ciò che segna le loro vite. C’è chi nelle imprese dei mezzi di comunicazione pretende di ingannarci e dirci che dobbiamo produrre “pizze”. Ma il nostro mestiere ha le sue regole, anche se questi impresari vorrebbero violarle.

Arrivando al libro: qual è stato l’impatto che ha avuto dopo la sua pubblicazione? È riuscito a sollevare il velo di invisibilità e omertà che copriva le tragedie dei migranti che attraversano il Messico?

La prima conseguenza per noi fu che dovemmo abbandonare il Messico. Molte delle nostre inchieste furono riprese dai media e dalle organizzazioni dei diritti umani che le utilizzarono per denunciare ciò che stava succedendo. Ma nessuno voleva ascoltarli. Il libro, poi, era già stato pubblicato quando i “cavernicoli” dei Los Zetas, gruppo del crimine organizzato, sequestrarono e massacrarono 72 migranti nello stato di Tamaulipas, nel nord del Messico. La gente e molti funzionari ipocriti cominciarono a chiedersi il perché dell’accaduto, ma il libro già lo spiegava, dato che noi assistemmo ai primi sequestri nel 2007. Non c’era niente di nuovo. Negli Stati Uniti mi stupii molto perché la gente non capiva che tutto ciò potesse accadere a così tante persone. Ciò che mi chiedo è: come può una società essere così tanto divisa? Non capisco come possa esserci una società nella quale una metà non parla con l’altra metà, dove nessuno si ferma a chiedere ai migranti da dove vengono e come sono arrivati lì. Credono che siano sorti spontaneamente dal nulla e che improvvisamente siano apparsi pulendo case negli Stati Uniti. Non so se qua succeda lo stesso, penso che molti di voi sappiano che gli africani non sono apparsi all’improvviso, ma che hanno dovuto affrontare un viaggio terribile. Alle volte mi sorprende molto l’ignoranza dei gringos.

E poi c’è anche la questione della propaganda di cui parli negli ultimi capitoli del libro, quando racconti del dispositivo che è stato messo in piedi dagli Stati Uniti per “sigillare i confini”e della retorica costruita sull’illusione di fermare i migranti al confine e respingerli. Credi abbia senso?

In primo luogo gli Stati Uniti hanno disegnato una frontiera: quando Bush segnava dei confini si trattava di una questione intenzionale, cioè Bush voleva farla in un certo modo. Non ha senso costruire muri di 500 km su una frontiera. Quei 500 km sono i peggiori per un migrante. Una zona arida dove bisogna camminare per più di dieci notti per potere trovare dell’acqua. Hanno disegnato una frontiera che sfruttasse la natura per fermare la gente, anche a costo di ucciderla. Tutto il “gioco” del muro implica che i migranti non passino, ma gli statunitensi non sono così stupidi: sanno che fintanto che le condizioni di violenza e di diseguaglianza in Centro America continueranno a essere le stesse, continueranno anche le migrazioni.

Qui in Italia abbiamo un esempio molto emblematico, per certi versi molto simile alle vicende che narri: le tratte dei migranti che dall’Africa o dal Medio Oriente vanno verso l’Europa. Quello che ci si domanda leggendo il tuo libro è se c’è un modo per risolvere queste crisi umanitarie e bloccare lo sfruttamento dei migranti da parte delle organizzazioni criminali…

In primo luogo, ogni paese che riceve migranti deve chiedersi qual è la responsabilità che ha sulla situazione dei paesi d’origine. L’Europa sa quale responsabilità ha sulla situazione dell’Africa. Gli Stati Uniti sanno che responsabilità hanno nella guerra civile e nelle dittature che diedero inizio al ciclo della violenza in Centro America. In secondo luogo non capisco il senso dell’espressione “fermare la migrazione”, credo che una parola più corretta sia “regolarla”. I migranti non smetteranno di arrivare. Si tratta, allora, di applicare delle regole umanitarie. In alcuni casi hanno funzionato esperimenti di visti temporanei. Ci sono molti migranti che vogliono solo raccogliere una quantità di denaro lavorando onestamente, per poi tornare a casa. In fondo non hanno voglia di stare qua, detestano stare qua, ma non hanno altra scelta. Non ci si può opporre alle leggi umane con i muri, perché verranno scavalcati. Credo quindi che l’espressione più corretta sia “amministrare la migrazione”. Invece spesso siamo portati a pensare alla migrazioni come qualcosa da proibire.

E in questo modo si potrebbe dare un serio colpo alle organizzazione criminali…

Sì, penso che in questo modo gli si potrebbe sottrarre quella che per loro è una merce. Però bisogna aggiungere che in Messico, quando parli di guerra ai narcos, parli di una guerra contro lo Stato, perché il Governo sono i narcos. È molto difficile separare il crimine organizzato dallo Stato.

Nel tuo libro parli diffusamente di questo sistema, dove la corruzione non è un semplice passaggio di denaro, ma una relazione più profonda e strutturata. Come è potuto accadere tutto questo?

Per 75 anni un partito ha governato il Messico: il PRI. Il Partido Revolucionario Institucional si incaricò di creare quella filosofia che qui chiamiamo “ruba e lascia rubare”. La corruzione è diventata un fenomeno diffuso. Se ti ferma un poliziotto e ti stai fumando della marijuana, c’è una certa quantità di denaro per risolvere la questione. C’è una quantità di denaro per tutto. La domanda è se ce l’hai o non ce l’hai. Si è creato un sistema di impunità. Circa l’80% degli omicidi, per esempio, resta senza colpevole.

Qualcosa è cambiato negli ultimi anni? O è un sistema talmente forte e diffuso che risulta impossibile combatterlo?

Di solito sono abbastanza pessimista e nel libro le cose sembrano molte scure, ma nel mio viaggio ho incontrato anche i migliori esempi di uomini e donne del Messico. Io penso che qualcosa inizi a cambiare: non tanto la classe politica, ma la “vigilanza” della società civile verso la classe politica. La gente ha cominciato a notare ed evidenziare il livello insopportabile di corruzione. I Los Zetas furono pesantemente attaccati perché arrivarono a un livello di barbarie troppo evidente a livello internazionale e il governo dovette reagire. Ma è anche vero che lo stesso governo messicano, vedendo che molti migranti soffrivano e cadevano dai treni, ha ordinato che i treni viaggiassero più veloci e ha impedito che i migranti salissero quando il treno era fermo, costringendoli a salire quando era già in movimento. Sono le strategie umanitarie più strane che abbia mai sentito. Perché i migranti continueranno a cercare di salire sul treno nonostante la velocità, e se non prenderanno il treno troveranno altri modi, spesso ancora più tragici.

Nel libro insisti molto sul fatto che i migranti continuino a migrare nonostante tutto. Scrivi: “il loro viaggio continua perché le ragioni per emigrare rimangono valide”.

C’è un bel libro di Martin Caparros – un giornalista argentino – intitolato El Hambre (La fame). Spiega perfettamente il sistema di miseria che si è perpetuato in Africa e per quali ragioni le cose non cambieranno. Non sono situazioni che sono accadute spontaneamente. Qualcuno voleva che accadessero e a qualcuno interessa che continuino a restare così. L’insicurezza del Centro America porta molto denaro all’industria delle armi, all’industria dei vigilanti privati, all’industria della sicurezza. Se ci interroghiamo un po’ capiamo perché le cose continueranno a essere così, almeno finché non ci dimostreremo migliori. Come disse qualcuno, a volte il lavoro del giornalismo è fallire meglio, fallire meglio ogni volta, facendo qualcosa che generi un impatto reale e obblighi la gente a cambiare.

Al tuo libro manca una vera e propria conclusione. Perché hai preferito non scriverla?

Perché non sapevo cosa dire di più. Ogni pezzo giornalistico ha un senso in se stesso. Il fatto è che il giornalismo è un mestiere ingrato: la gente continua a chiederti “e io cosa faccio col tuo libro?”. Io non lo so. Credo che il libro avesse già un finale, percepii che già generava ciò che volevo generasse: rabbia. Non credo molto nella compassione perché è qualcosa che ti scivola tra le mani come la sabbia. Se vedi un migrante, puoi provare compassione e pensare: “avrà fame, povero”, ma due minuti dopo andrai a goderti il tuo pranzo. La rabbia è diversa. La rabbia ti fa agire.

Il tuo obiettivo era quindi quello di suscitare una reazione di rabbia nei tuoi lettori?

Uno deve imparare come scrivere le cose perché nel giornalismo il solo informare su quello che accade nel mondo non cambia le cose. Bisogna invece raccontare e in più cercare di farne uscire un’intenzione. In un mondo così saturo di immagini, ci siamo abituati a vedere con indifferenza anche le peggiori tragedie. Se proponi semplicemente un solido articolo, proponi ancora solo “pizze”. E sarà impossibile suscitare una qualsiasi reazione.

(Trad. Sabina Borsoi. In collaborazione con Luna Mignani e Stefano Tieri)

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