di Haron Zeriali
Vida Skerk, classe 1998, è una regista triestina, italo-slovena-croata, che ha partecipato con i suoi cortometraggi alle ultime due edizioni del Festival di Cannes e alla scorsa edizione del Trieste Film Festival. Si è laureata alla National Film and Television School di Beaconsfield, vicino a Londra, e i suoi film sono stati definiti come “uno strano sogno di Ken Loach”, in quanto uniscono surrealismo e critica sociale, David Lynch e intersezionalità.
I due cortometraggi presentati da Vida Skerk al Festival di Cannes affrontano, pur in contesti molto diversi, una riflessione sui rapporti di potere e sulle forme di vulnerabilità che attraversano la società contemporanea. In Ether (2025), un’apparente giornata serena nella campagna inglese diventa il luogo in cui emergono le tensioni di una relazione segnata da dinamiche di dominio e responsabilità. In Left Behind, Still Standing (2026), invece, il mondo del lavoro e la condizione migrante diventano il punto di partenza per interrogarsi sull’emarginazione, sulla precarietà e sulla dignità umana, attraverso la storia di Morana, un’immigrata che si confronta con la chiusura di un’acciaieria e con il destino dei lavoratori licenziati. Pur seguendo vicende differenti, entrambi i film riflettono sul modo in cui le strutture sociali e i rapporti di potere plasmano l’esperienza individuale, intrecciando critica sociale e una dimensione sospesa tra realismo e surrealismo.
Un periodo intenso
Innanzitutto, come stai? Negli ultimi due anni hai presentato i tuoi cortometraggi al Festival di Cannes e, pochi mesi fa, hai completato un master in regia cinematografica alla National Film and Television School di Beaconsfield, vicino a Londra. Da fuori, il tuo percorso sembra essere stato molto intenso e frenetico. Come stai vivendo questo periodo della tua vita e della tua carriera?
Vida
“Intenso e frenetico” è il modo giusto per descriverlo. È stato un grande piacere andare a Cannes. Sono stata molto fortunata, perché questa esperienza mi ha aperto molte porte e mi ha offerto numerose opportunità di collaborare con persone provenienti da Paesi diversi. Sono entrata in contatto con artisti della Slovenia, della Croazia, del Friuli-Venezia Giulia e, naturalmente, della Gran Bretagna. È stata un’esperienza preziosa, mi ha offerto nuove opportunità per proseguire la mia carriera e avvicinarmi a progetti cinematografici più ambiziosi, a partire dai primi lungometraggi che vorrei realizzare.
Andare a Cannes è stato importante anche perché ha rappresentato un grande riconoscimento del duro lavoro svolto non soltanto da me, ma anche da tutte le persone che hanno collaborato alla realizzazione dei due film. È stato un po’ un periodo intenso anche perché dovevo organizzare la partecipazione a Cannes, con tutto ciò che comporta, mentre concludevo i miei studi. Sicuramente è stata un’esperienza che mi ha incoraggiata a proseguire la mia carriera. Al momento mi sto concedendo una pausa estiva a Pag, in Croazia.






Uno strano sogno di Ken Loach
Passiamo ai tuoi film. Mi è rimasto molto impresso un riferimento che hai fatto presentando Ether al Festival di Trieste. Hai raccontato che il tuo stile è stato definito come «uno strano sogno di Ken Loach». È una definizione molto suggestiva: da un lato richiama una dimensione realistica e sociale, dall’altro una più onirica e surreale. Ti riconosci in questa lettura? Pensi che la tensione tra realismo e dimensione visionaria sia un tratto che accomuna i tuoi lavori? Guardando Ether e Left Behind, Still Standing, sembra quasi una cifra ricorrente del tuo cinema, forse ancora più evidente in quest’ultimo film.
Vida
Non so se sono completamente d’accordo con questa definizione, secondo la quale il mio stile sarebbe simile a uno strano sogno di Ken Loach. Mi è piaciuta, però, perché mi ha fatto riflettere e mi ha permesso di osservare me stessa da un altro punto di vista. Come per Ken Loach, anche per me è importante usare il cinema non per evadere dalla realtà, ma per cercare di migliorarla. Penso che il cinema abbia un grande potenziale nel suscitare emozioni in chi guarda e credo che questa capacità debba essere utilizzata per produrre un effetto positivo sulla società. Da questo punto di vista, mi riconosco nell’accostamento a Ken Loach e non ho paura di essere politica nei miei film. Onestamente, non penso che esista un film privo di una dimensione politica: persino realizzare un’opera puramente escapista costituisce, in definitiva, un gesto politico.
La differenza tra Left Behind, Still Standing e Ether deriva soprattutto dal fatto che Ether è stato scritto dalla sceneggiatrice Niki Pasolini. Ho quindi avuto meno spazio per sperimentare con il surrealismo. Allo stesso tempo, mi è stato detto che anche quel film possiede una nota molto personale, un’atmosfera che gli inglesi definirebbero eerie: surreale e un po’ dreamy. Sono una grande appassionata del cinema surrealista, soprattutto di autori e autrici come David Lynch e Maya Deren, che rappresentano per me importanti punti di riferimento fin da quando ero molto giovane. Penso che il cinema abbia la straordinaria possibilità di dare concretezza, attraverso le immagini, al nostro inconscio e ai nostri pensieri, che sono per loro natura una combinazione di realismo e surrealismo, di realtà e fantasia.
Mi ha sempre affascinato l’idea che, nei miei film, le emozioni e ciò che custodiamo nel subconscio possano emergere e trovare una forma visibile. La realtà rappresentata comprende così non soltanto il mondo materiale, ma anche quello interiore: due dimensioni che possono fondersi armoniosamente oppure entrare in conflitto, generando proprio da questa tensione qualcosa di interessante.
La responsabilità dell’arte
In Ether emerge una riflessione sui rapporti di potere nelle relazioni intime, mentre in Left Behind, Still Standing la critica si sposta sul mondo del lavoro, sulle discriminazioni e sull’emarginazione che le persone migranti e straniere subiscono quotidianamente in Europa. In entrambi i cortometraggi sembra esserci una particolare attenzione verso chi occupa una posizione di vulnerabilità o marginalità. In che modo il cinema può essere oggi uno strumento capace di dare voce a chi, nella società, fatica a essere ascoltato?
Vida
Credo di aver in parte già risposto. Uno dei poteri più grandi del cinema, e al tempo stesso una delle sue maggiori responsabilità, è la capacità di creare un profondo senso di empatia negli spettatori. Non è un caso che, tanto oggi quanto in passato, il cinema venga utilizzato come uno dei principali strumenti di propaganda politica e ideologica. È una forma d’arte che riesce infatti a trasmettere con grande efficacia un determinato tipo di narrazione e a creare rapidamente un forte coinvolgimento in chi guarda. Questo potere deve essere esercitato responsabilmente, anche per richiamare l’attenzione sulle discriminazioni e sulla segregazione subite da determinati gruppi sociali oppressi. Il cinema può contribuire, se non a eliminare questa oppressione, almeno a renderne visibili i meccanismi e le conseguenze, ponendo la società di fronte alle proprie responsabilità. Credo che il cinema riesca a svolgere questa funzione con maggiore efficacia rispetto ad altre forme artistiche, che possono essere più di nicchia o meno accessibili. Banalmente, un film di due ore o una serie televisiva di otto ore permettono di esplorare molteplici livelli di complessità.
Il lavoro su sé stessi
I temi di cui tratti sono emotivamente molto intensi. Quale lavoro credi che il regista, gli attori e tutte le persone coinvolte debbano fare su sé stessi per rappresentare una dimensione così intima, emotiva e culturalmente stratificata? Immagino che lavorare su progetti di questo tipo contribuisca anche a creare un forte senso di comunità tra le persone coinvolte.
Vida
Cerco di lavorare con molta empatia, non soltanto nei confronti dei personaggi dei miei film, ma anche verso chi lavora dietro la macchina da presa e verso gli attori. Il lavoro del regista consiste nel cercare di comprendere la psicologia di tutti i personaggi. Trovo particolarmente interessante analizzare e capire anche quelli più antagonistici, perché spesso le tragedie più coinvolgenti nascono da chi manifesta comportamenti distruttivi. Non accade sempre, naturalmente, ma analizzare e cercare di comprendere con empatia anche i personaggi che compiono azioni crudeli può essere molto interessante e, in un certo senso, generare una forma di catarsi. Questo, ovviamente, non significa giustificarli. Cercare di capire perché qualcuno si comporti in un determinato modo non vuol dire assolverlo dalle proprie colpe: è molto importante distinguere le due cose.
Per quanto riguarda chi lavora dietro la macchina da presa e gli attori, ritengo essenziale che le persone maggiormente impegnate nel progetto, e che vi dedicheranno più tempo, siano davvero coinvolte e motivate dalla storia. È soprattutto importante ricordare che il cinema è un’arte collettiva. Non è una forma artistica nella quale il regista è Dio e impartisce ordini a tutti gli altri: alla creazione di un film contribuiscono moltissime persone. Nessuno dei film che ho realizzato è completamente mio; ciascuno è il risultato di una grande collaborazione tra diverse voci artistiche. È proprio questo a rendere il cinema la mia forma d’arte preferita: può esistere soltanto grazie alla collaborazione di un gruppo di persone. È una testimonianza della bellezza della collaborazione umana. Il cinema dimostra quali cose meravigliose possano nascere quando più persone decidono di lavorare insieme, e di questo sono convinta.





Possibilità di trasformazione
Mi ha colpito molto il fatto che in Left Behind, Still Standing l’azienda che gestisce i lavoratori si chiami Dasein. Per chi ha una formazione filosofica è difficile non pensare al riferimento heideggeriano e all’idea dell’essere umano come essere-gettato in un mondo che non ha scelto. In un certo senso, anche i tuoi personaggi sembrano essere gettati in rapporti di potere che li precedono e che spesso non li rispettano. Credi che nei tuoi film ci sia una dimensione prevalentemente tragica oppure esiste anche uno spazio per la speranza e la trasformazione? In altre parole, è importante per te suggerire, anche solo implicitamente, una possibilità di uscita dai rapporti di potere e dalle situazioni che racconti?
Vida
Ottima domanda. Come ti accennavo, sei l’unica persona ad aver colto il riferimento filosofico nel nome Dasein e questo mi fa molto piacere. Probabilmente è perché a scuola ero una nerd, come forse ricorderai. Per me è molto importante conservare uno spazio di speranza verso un futuro migliore, anche se scrivere finali positivi non è semplice. A volte una storia assume inevitabilmente risvolti tragici, ma vorrei che, persino in questi casi, rimanesse almeno un piccolo spiraglio di fiducia. Esprimere questa complessità è forse più difficile nei cortometraggi, che permettono di sviluppare meno aspetti della storia. Nei lungometraggi ai quali sto lavorando, invece, ritengo importante trasmettere un messaggio: anche quando una vicenda non si conclude come speravamo, o con il finale più ottimista possibile, perché risulterebbe poco realistico, ciò che conta è continuare a credere nella possibilità di un futuro migliore. Non basta, però, nutrire questa fiducia: bisogna anche cercare attivamente di migliorare il presente per costruire quel futuro.
Anche quando i miei film si concludono in modo più triste, cerco sempre di pensare all’effetto che avranno sugli spettatori: cosa penseranno e quali emozioni proveranno alla fine? Spero quindi che, sebbene Ether abbia un finale piuttosto grigio e ambiguo — non sappiamo se la protagonista abbandonerà la relazione tossica —, il pubblico esca dalla sala riflettendo e discutendo della violenza nei rapporti. In questo senso, il vero finale positivo si trova al di fuori della sala cinematografica. Nei miei prossimi progetti vorrei rafforzare questa sensazione, concludendo le storie con un’apertura verso un avvenire migliore. Credo che, nella società di oggi, abbiamo bisogno di una prospettiva di speranza, ma anche di una motivazione che ci spinga a lottare concretamente per realizzarla.
La reazione del pubblico
Come ha reagito il pubblico ai tuoi lavori? Hai ricevuto interpretazioni o riscontri che ti hanno sorpresa? Senti che gli spettatori abbiano colto i diversi livelli di lettura e le intenzioni che avevi durante la scrittura e la regia?
Vida
Nel complesso, il pubblico ha reagito in modo molto positivo e sono davvero felice dei riscontri ricevuti. Quando si realizzano film surrealisti o, per certi aspetti, ambigui, bisogna naturalmente considerare che gli spettatori potrebbero interpretarli in modi diversi da quelli immaginati dal regista. È un aspetto che apprezzo, perché mi permette di coinvolgere il pubblico nella costruzione del significato dell’opera. Questo accade con ogni film, ma diventa particolarmente evidente quando si ricorre all’ambiguità o a immagini più surreali. Trovo molto interessante lasciare che gli spettatori rispondano autonomamente ad alcune domande: li invita a riflettere criticamente sul film e crea una forma di dialogo democratico tra il pubblico, il regista, la troupe e il film stesso.
Un regista, però, deve fare in modo che dietro le questioni irrisolte ci sia un’intenzione precisa. L’ambiguità non può essere casuale: occorre sapere quali domande riceveranno una risposta e quali, invece, rimarranno aperte. Quando si sceglie consapevolmente di non rispondere, invitando il pubblico a confrontarsi sugli argomenti e sulle tematiche sollevate, il film smette di essere qualcosa di immobile e confinato in una sala buia. Diventa qualcosa di vivo, capace di influenzare la società e di entrare a far parte della nostra vita privata e culturale.
I prossimi progetti
Quali sono i tuoi prossimi progetti? C’è una direzione particolare verso cui senti che si stia muovendo il tuo lavoro come regista, sia dal punto di vista dei temi sia da quello della ricerca cinematografica?
Vida
Tra i miei prossimi progetti c’è l’adattamento di Left Behind, Still Standing in un lungometraggio. È il lavoro principale a cui mi sto dedicando: già durante la scrittura del corto mi sono resa conto della complessità di quel mondo e, in particolare, del tema della chiusura delle fabbriche. C’è molto materiale che non ho potuto includere nei ventidue o ventitré minuti del film e che vorrei continuare ad approfondire. Nel mio percorso di regista sono sempre stata interessata a realizzare opere con elementi surrealisti, o comunque dotate di qualcosa che le renda insolite, e al tempo stesso a raccontare persone marginalizzate e ad affrontare alcune problematiche della nostra società. Vorrei quindi far dialogare due forme di cinema: una più attenta alla società, al mondo reale e alle relazioni tra persone o gruppi diversi; l’altra maggiormente rivolta al subconscio e alla dimensione interiore.
Trieste
Per concludere, una domanda su Trieste. Sei nata e cresciuta qui, ma negli ultimi anni hai lavorato e studiato in contesti molto internazionali. Quando pensi a Trieste, qual è la prima immagine che ti viene in mente?
Vida
Quando penso a Trieste, la prima immagine che mi viene in mente siete tu e Serena [un’amica in comune, ndr], mentre chiacchieriamo e passeggiamo per la città parlando di politica e filosofia. Magari può sembrare una risposta insolita, spero di no; ma per me uno degli aspetti più importanti della nostra amicizia è proprio il fatto che ci incoraggiamo a vicenda a essere curiosi e ad ascoltare diversi punti di vista. Penso anche che molte delle nostre discussioni siano profondamente influenzate da ciò che Trieste porta con sé. Crescere in questa città ci ha dato una prospettiva unica, diversa da quella di molti altri luoghi in Italia e nel mondo. È uno sguardo molto particolare, che credo ci abbia profondamente formati. Questo rappresenta bene una delle ragioni principali per cui mi sento fieramente triestina, anche quando mi trovo in giro per il mondo. Trieste è una città multiculturale e internazionale, che ha vissuto i suoi periodi migliori proprio grazie a questa ricchezza. È un’identità che, secondo me, deve continuare a esistere ed essere difesa. Mi sento profondamente triestina proprio perché, come Trieste, non appartengo completamente a nessuna nazione. Per me Trieste è una città testarda, nel senso migliore del termine, e davvero unica: non esiste nessun altro luogo come questo.
