di Elisa Danesin
Nera è la censura, che dissolve e restituisce alla dimensione del nulla ciò che ricopre – coltre maledetta. Opposto del respiro, la censura è soffocamento, affanno infinito.
Un pugno a petto aperto. Deriva dal latino cènseo: guardo, stimo, valuto, ritengo opportuno. Ciò che viene sottoposto a valutazione può essere censurato, considerato inopportuno, degno o indegno di stima, annerito, reso invisibile.
Esistono intere vite sottoposte a censura: sono quelle ai margini, mai viste, scansate. Oblio di chi sta seduto a terra, liso come un panno, ultimo rigurgito delle fogne. Come potremmo aspettarci che di queste esistenze censurate ci giunga una qualche notizia della morte, quando neppure ne viene considerata la vita? E se di fronte alla morte si può soprassedere, di fronte a un corpo, a un cadavere, no. È molto più difficile. Ci si inciampa, se ne impazzisce per il fetore: nella sua plasticità, il corpo morto si impone e costringe a guardarlo.
Egli forse sogna, ma potrebbe essere morto.
All’interno dei Passages, Walter Benjamin dedica un capitolo, il “P”, alle strade di una Parigi che potrebbe essere qualsiasi città, qualsivoglia luogo, oltre ogni contestualizzazione temporale.
[…] che cosa sappiamo degli angoli delle strade, delle soglie, dell’architettura del selciato, noi che non abbiamo mai sentito sotto i piedi scalzi il calore, la sporcizia e gli spigoli delle pietre, che non abbiamo scrutato le sconnessioni del lastricato, per decidere se questo poteva servirci da letto? […] Chi voglia sapere quanto siamo di casa nelle viscere, deve lasciarsi prendere dalla vertigine delle strade, la cui oscurità somiglia tanto al grembo d’una puttana. Antichità.
Dopo le trinità messe in scena da Sergio Leone ed Ettore Scola, qualcuno dal suo studio immaginava di esporre finalmente su sala quello che aveva ribattezzato “il quartetto”: il bello, il brutto, lo sporco, il cattivo. Cortenova, critico d’arte, osservatore di opere e di uomini, desiderava reimmettere, attraverso l’arte, questo “rimosso” fin dentro le vene della nostra società borghese e ottusa. Lo sporco. Ciò che giace a terra e che viene scansato, da egli sarebbe stato infine riabilitato a nuova categoria estetica, denudata e manifesta di fronte a uno sguardo divenuto – forse – più ammansito rispetto all’inguardabile e all’inguardato. La pulsione politica che muoveva il curatore, per quanto viscerale e sentita, rimase tuttavia puro progetto trascritto e ammutolito all’interno dei suoi quaderni. A causa del poco tempo che gli sarebbe rimasto o a causa dei tempi bui durante i quali stava lavorando.
Dove sta, dunque, lo “sporco”? Questo panneggio umano, finito a terra nell’Ottocento a Parigi e analizzato da Benjamin, giace ancora lì: nulla è cambiato. La sua vita e la sua morte fanno parte della strada. Lo fotografa di nuovo, nero, incollato tutt’uno con il suolo, accartocciato, Germaine Krull a inizio Novecento: è un clochard che si confonde, visivamente e moralmente, con uno straccio sporco, nulla più.
Forse egli sogna, ma potrebbe essere morto. Ed ecco che qui a mancare di valore – di colpo? – forse non è più solo l’essere, ma anche il suo tempo, incluso forse quello della sua morte; ed è proprio in questo “forse” che giace tiepida una società intera, che si disinteressa, censura, annerisce.
Storia di G.V.
Caro Martin Heidegger, scrivo a te, come tuo lettore deluso e un po’ incazzato. Quando mi lasciai cadere nel buio, ero certo di terminare velocemente il mio ultimo giorno ma al contempo rimanevo del tutto ignaro della torsione cui il mio Esser-ci sarebbe stato poi sottoposto.
Non ero magico: certamente affondai, bevvi sorsate d’acqua dolce come boccate di fumo e di vino rosso. Persi i vestiti, vagai per giorni, come un vecchio pesce di fiume un poco squamato. Tre giorni di sospensione, per la precisione, prima che mi ripescassero. Tre giorni durante i quali qualcuno si angosciò, girovagò in casa mia tra le mie cose, maneggiando nervosamente l’accendino che avevo lasciato sul tavolo e guardando la porta come se potessi rientrare da un momento all’altro, sornione e scanzonato. Vecchio.
E invece, Martino, fanculo, sai cosa accadde? Che per il mondo la mia morte coincise con il mio ritrovamento. Non riconobbero il mio momento di coraggio, ignorarono la volontà di volontà che incarnai con quel tuffo: un portento, un prodigio, forte come un cazzo di fulmine. Non vollero vedere il mio slancio – ultimo gesto del mio essere – e scelsero così di tralasciare anche il mio viaggio che, per il resto del mondo, non è mai esistito. Ignorarono quel mio tempo. Mi videro solo quando fui steso in un sacco verde, solo dopo che chi attendeva a casa mi ebbe scrutato il volto variopinto ridandomi – senza poca difficoltà – nome e identità. Da quel momento per loro esistevo, pur presente da tre giorni nella mia morte.
Sulla lapide, nelle carte, per l’anatomopatologo che compilò i verbali: io muoio – riemergendo dalle acque, ironico no? – tre giorni dopo la mia morte. Una sorta di Cristo rovesciato! E quel tempo di sospensione, quei tre giorni in cui ho galleggiato tra morte e morte? Ci hai mai pensato, Martino, che qualcuno potesse finire col negarti anche lo “zeit”, censurando il tuo tempo?
Nella lingua italiana in effetti manca un verbo che descriva la modalità che il mio essere ha rivestito durante quei tre giorni sospesi, pur essendo quello un tempo che tocca tante persone che come me hanno scelto di annullarsi o che nel nulla hanno sempre vissuto.
Esiste però un colore. Il Nero del limbo, del tempo vuoto, anzi, svuotato.
Si produce così una frattura tra l’essere, l’esser-ci e il tempo che viene dilatata, divelta, violentata: sono stato lì in quel Nero, c’ero ma non c’ero
Hanno piegato le regole dell’Essere e del Tempo, Martino, non vi è dubbio – ora ne scruto il fallimento. Per settantadue ore mi hanno relegato nel Nero assoluto, in un abisso che è più annichilente del fondale di un fiume.
E infine, Martino caro, sai cosa vedo? Vedo che tu hai capito molto ma non tutto.
(G.V., grande appassionato in vita di P.P.P., meno di M.H. )
Il classismo della morte
Scollinando da Benjamin verso Heidegger, non è possibile forse ipotizzare un classismo della morte, che la trasforma in un oggetto sempre guardato e giudicato a partire in primis dalla posizione di forza di chi ancora vive e in secundis, faccio poca forza, soprattutto da chi vive sopra una certa soglia? Non è forse quest’ultimo un punto di vista elitario circa la morte che tende a escludere quelle che invece avvengono in silenzio, per mano propria o nell’invisibilità dei margini?
Se ci pensiamo bene, un concetto di pariniana memoria intride la cultura occidentale.
Esso consiste nell’opporre a quanti si rifugino negli averi e negli agi, il grande mito della livella – phàrmakon che suona limpido e moralmente edificante quasi quanto un dialogo platonico – che funziona un po’ così: qualunque sia la classe di appartenenza o il titolo di una persona, di fronte alla morte si è tutti uguali. La morte, perciò, opererebbe un principio di uguaglianza che – in opposizione alle miriadi di profonde ed elitarie screpolature presenti in vita – dovrebbe mettere pace agli animi e agirvi da balsamo, restituendo giustizia a chi non ne vive durante l’esistenza.
Eppure, esistono differenze anche nella morte, così come nella gestione del suo tempo.
Pur concependola come una certezza trasversale che spinge chiunque al cambiamento dallo status di essere a quello di non-essere, sussistono profonde deformità e dis-cronie: ecco che l’inesistenza e il suo tempo assumono valenze differenti in base a chi sia il morto.
Infatti, se l’esistenzialismo heideggeriano, l’ontologia, lo studio dell’essere sono in fondo materie per i “puliti”, allora in carico a chi dovremmo mettere lo “sporco”? Spingo ancora un poco e magari arrivo a fondo (o affondo): forse l’esser-ci e l’essere-per-la-morte risultano essere concetti così confortanti soltanto per quelli che la morte se la possono permettere, quelli che possono morire da puliti? Cos’è allora questo strano diritto alla morte? E il suo rovescio? I numeri dei morti politici, le fosse comuni, gli archivi dei senza-nome, i database carichi di immagini di corpi e volti ormai scavati, deturpati da una metamorfosi in corso, le strade: sono loro l’ultimo rifugio di chi non ha diritto a uno spazio e a un tempo, né in vita né in morte? In una spirale raggelante – come dice G. – il tempo e l’essere si perdono definitivamente, per non ritrovarsi più, svelandoci il fallimento della nostra società (e quello di un intero sistema di pensiero-a-esclusione).
G. poteva dirlo, meglio di altri, perché l’ha vissuto. Cittadino di una cultura e di un’epoca che avrebbero dovuto rispettarlo dall’inizio alla fine per come egli era: colto, intelligente, lucido e pungente. C’è qualcosa di più Nero della morte? Questo. L’usurpazione. Il vilipendio di un’esistenza che è stata dignitosa fino alla fine, seppur nella sua tragedia. La negazione del suo tempo. Antichità. Uno straccio che forse sogna – o forse no. Un clochard del nuovo millennio, avvolto in un telo verde, con gli occhi opachi di chi ha ormai visto tutto, il volto annullato. Lo sporco, lo sbagliato – come sbagliata è la data della sua morte. Più nera del Nero. Annerita.

