di Diletta Coppi
Ci sono amori che non nascono per pacificare, ma per aprire una fessura. Arrivano come una febbre lenta, come un incendio che non divampa in un solo gesto ma continua a covare, come una ferita che non chiede di guarire perché, in qualche modo, coincide con il fatto stesso di essere vivi. Nelle poesie d’amore più antiche il sentimento non veniva rappresentato come una relazione sana o funzionale, ma come un’esperienza di perdita, di desiderio, di mancanza. L’amore non era una forma di equilibrio: era uno squilibrio fecondo, un disordine che dava voce a ciò che nel soggetto resta irriducibile; ed è proprio di questo caos che il capitalismo cerca di farne un oggetto da gestire, da consumare, da rendere compatibile con l’idea di benessere.
Basta pensare alle immagini ricorrenti della tradizione poetica: il cuore trafitto, la freccia avvelenata, il corpo esposto alla ferita di Cupido. L’amore entrava come un colpo, non come una cura. Era una passione che scompaginava il linguaggio, che costringeva la parola a farsi tremante, quasi insufficiente. In questo senso, la poesia custodiva qualcosa che oggi ci appare quasi perduto: il diritto del sentimento alla sua ambivalenza, alla sua ombra, alla sua parte di vertigine. Amare significava anche smarrirsi e nessuno sentiva il bisogno di tradurre subito quello smarrimento in una diagnosi.
Poi, la modernità ha iniziato a chiedere all’amore di essere altro. Ha voluto che il sentimento diventasse leggibile, ordinabile, compatibile con i criteri della scelta razionale e della riuscita personale. Il capitalismo, da parte sua, non si è limitato a colonizzare il lavoro o il tempo: è entrato nella sfera più intima, trasformando anche i legami in oggetti di investimento. La relazione diventa allora un progetto, il desiderio un mercato, la vulnerabilità un problema da correggere. Si è cominciato a pensare l’amore come qualcosa che deve produrre valore: emotivo, esistenziale, identitario. Ma quando il sentimento viene sottoposto alla logica della prestazione, perde la sua natura più profonda, che è quella di sfuggire al controllo.
In questo passaggio, la tossicità non nasce soltanto dalla violenza evidente, ma da una trasformazione più sottile e più pervasiva: l’incapacità di tollerare ciò che nell’amore non è pulito, lineare, utile. L’ambivalenza viene vissuta come un guasto, la dipendenza come una colpa, la nostalgia come un residuo da eliminare. Tutto ciò che non coincide con l’immagine di una relazione sana viene subito sospettato, misurato, classificato. Eppure, è proprio lì che l’amore mostra la sua verità: nella sua asimmetria, nella sua opacità, nel suo continuo oscillare tra vicinanza e possibilità di perdita.
È qui che la psicologia positiva entra nel quadro, non come nemica diretta, ma come segno di un’epoca che vuole convertire ogni esperienza in crescita. Nata come tentativo di spostare lo sguardo dal deficit alle risorse, dalla patologia alle possibilità, essa ha introdotto un discorso sul benessere, sulle forze personali interiori, sulla fioritura umana. Ma nel momento in cui il benessere diventa obiettivo normativo, anche l’amore viene coinvolto in questa grammatica dell’ottimizzazione. Non basta più amare: bisogna farlo bene. Non basta soffrire: bisogna trasformare la sofferenza in apprendimento. Non basta attraversare il dolore: bisogna uscirne più forti, più consapevoli, più completi. Così il sentimento non è più un’esperienza da abitare, ma una prova da superare. La logica della psicologia positiva, se assolutizzata, rischia allora di produrre una nuova forma di violenza simbolica. Non ci dice soltanto di stare meglio, ma ci suggerisce che ogni scarto, ogni eccesso, ogni oscurità sia un fallimento della soggettività. In questo senso, l’amore viene sempre più spesso pensato come un luogo in cui bisogna funzionare: funzionare con l’altro, funzionare dentro la relazione, funzionare dentro sé stessi. Ma l’amore non è una macchina da perfezionare. È un campo di forze, una zona di esposizione, una forma di rischio. E forse proprio per questo ci inquieta tanto: perché non si lascia addomesticare fino in fondo.
Simone de Beauvoir ha mostrato con lucidità come l’amore possa diventare una forma di servitù quando uno dei due smette di esistere come soggetto. Non si tratta soltanto di un problema di genere, ma di una verità più ampia: ogni amore che chiede annullamento invece che presenza finisce per trasformarsi in una prigione. L’altro non dovrebbe essere il luogo in cui sparisco, ma il luogo in cui resto viva senza smettere di essere me stessa. Amare non significa dissolversi, ma restare esposti. Non significa fondersi fino a non distinguersi più, ma accettare che l’incontro con l’altro non cancelli la distanza, bensì la renda abitabile.
Forse la tossicità comincia proprio qui: nella nostra crescente incapacità di sopportare l’indecifrabile. Viviamo in un mondo che pretende di classificare anche i sentimenti, di distinguere con precisione il sano dal disfunzionale, il maturo dall’immaturo, il positivo dal negativo. Ma l’amore non è una materia che si lascia tagliare con il bisturi delle categorie. È quasi sempre contraddittorio, ambivalente, pieno di ombre e di slanci, di dolcezza e di paura. Ci ferisce e ci salva nello stesso movimento, ci espone e ci protegge, ci unisce e ci separa. Proprio per questo è umano. Proprio per questo è insopportabile per una cultura che vuole tutto leggibile e produttivo.
Io credo che ci siamo allontanati dall’amore nel momento in cui abbiamo cominciato a chiedergli di essere compatibile con l’idea di autosufficienza. Il soggetto contemporaneo deve apparire forte, autonomo, resiliente, capace di gestire sé stesso e i propri legami. Ma amare davvero significa accettare di non bastare a sé stessi, di essere toccati, mossi, perturbati. Significa riconoscere che l’altro non è un accessorio del proprio equilibrio, ma una presenza che può scompaginare ogni ordine interno. E forse è proprio questa la dimensione più scandalosa dell’amore: che ci sottrae alla nostra illusione di padronanza.
Per questo parlare d’amore, oggi, significa anche opporsi alla sua riduzione a tecnica di benessere. Significa difendere il diritto del sentimento a non essere subito utile, subito felice, subito chiaro. Significa restituirgli il suo tremore, la sua parte di ferita. Perché un amore che non conosce la notte è forse soltanto una superficie lucida. E forse soltanto lì, in quella zona fragile, non addomesticata, dove il sentimento resta esposto al suo stesso disordine, l’amore continua a dirci qualcosa di vero su di noi.

