di Petra Alzetta
Sarò sempre la prostituta vergine, l’angelo perverso, la donna dai due volti, santa e sinistra
Henry&June – di Anaïs Nin – è un’opera dalla temporalità singolare, quasi perturbante. Le pagine che leggiamo nascono infatti nel 1931-1932, all’interno dei Diari, ma vedono la luce soltanto dopo la morte dell’autrice, nel 1986, in un momento in cui Henry Miller e June Mansfield sono dei conclamati idoli della storia della letteratura. C’è dunque uno scarto di oltre cinquant’anni tra scrittura e pubblicazione: un testo intimo, privato, postumo, destinato forse solo allo spazio segreto del diario, che ridona agli eventi di quei mitici anni Trenta un’aura quasi leggendaria. Una distanza temporale che modifica radicalmente la ricezione dell’opera, che produce l’effetto straniante di un ritorno al futuro, sovrapponendo la freschezza di un’esperienza diaristica raccontata in presa diretta e il mito consacrato di uno degli episodi più affascinanti della letteratura del Novecento. L’incontro tra Anaïs Nin e Henry Miller si consuma in una Parigi crocevia di esuli, artisti e scrittori strenuamente in lotta con la sterilità della società borghese. Miller è l’americano irregolare, ancora sconosciuto, che lavora a Tropic of Cancer, libro manifesto di una scrittura di tipo nuovo: corporea, violenta, anti-letteraria. Anaïs Nin è invece già una coscienza letteraria raffinatissima, cresciuta tra Europa e America, educata alle finezze del profondo, del simbolo, della psicoanalisi. Questa asimmetria è volutamente accentuata nel Diario: Miller è l’energia bruta, Nin l’intelligenza formativa – ma la loro storia ci racconta come in realtà questa gerarchia si rovesci continuamente, fino a dissolversi.
Anaïs registra i loro incontri, passionali, estatici, scrive mentre tutto accade. La scrittura corre accanto all’esperienza, la tallona, la accompagna come un’ombra vigile. In questo spazio ravvicinato, che incrocia vita e parola, il desiderio conserva tutto il suo spessore. Non viene idealizzato, né ridotto a confessione, ma esposto nella sua ambivalenza, nella sua doppia capacità di nutrire e sconvolgere. Figlia di un musicista affascinante e assente, Nin porta con sé una sensibilità estrema, quasi dolorosa. Vive una stabilità economica e affettiva, che le consente una certa libertà, ma è al contempo alla costante ricerca di un’intensità che la vita coniugale non riesce a offrirle. Quando incontra Henry Miller, Anäis è una scrittrice conosciuta, ma ancora incerta riguardo al proprio spazio creativo. Ha bisogno di rilasciare, di non trattenere il desiderio, la gelosia, l’euforia, il disagio; di non nascondersi dietro il facile ruolo di musa o di amante. Teme di perdere la anche la più piccola parte dei grandi e potenti moti che la attraversano, e quindi scrive: senza progetto morale, senza leggi, per accumulo. Henry irrompe nella sua vita come una presenza eccessiva. È povero, instabile, pieno di progetti e frustrazioni. Vive di espedienti, scrive in modo compulsivo, animalesco, parla senza filtri. Appare come una creatura forte e disordinata, capace di entusiasmare e sfinire insieme. Il rapporto tra i due – immediato, intenso, fortemente fisico – è segnato da continue oscillazioni: avvicinamenti improvvisi e distacchi, momenti di adorazione estatica alternati a siderali freddezze.
Henry è sposato con June, centro di gravità e buco nero attorno a cui gravita l’intero libro. June è dipinta dalla Nin come un mito, una figura evocativa, un personaggio letterario. La sua presenza, come d’altronde la sua semplice assenza, sono in grado di determinare l’atmosfera di una stanza. È una ninfa destabilizzante, la femme fatale che non spiega se stessa, non giustifica i propri comportamenti, non analizza le proprie emozioni. È teatrale, seducente, sfuggente. Vive il desiderio come performance, il corpo come presenza e gesto che producono effetti immediati sugli altri. Anäis ne è tremendamente attratta e, al tempo stesso, disorientata. Tra questi tre poli si crea uno spazio di tensione continua, una sorta di geometria instabile in cui ogni posizione modifica le altre. Non è un triangolo sentimentale nel senso convenzionale del termine: Miller accende in modo incostante il desiderio di entrambe senza sostenerlo; June lo incarna, lo personifica, senza nominarlo; Nin lo attraversa e lo vive a pieno, ma senza dissolvervisi. Nessuno dei tre può evitare di occupare una zona parziale delle loro intrecciate esistenze e del loro rapporto, ed è proprio questa parzialità che impedisce ogni equilibrio definitivo. Miller è la pulsione, Anaïs la sua mediazione consapevole e la riflessione, June rappresenta l’opacitá del desiderio che non può essere simbolizzata né rielaborata.
La scrittura di Nin tiene insieme ciò che rischierebbe di separarsi: il corpo e il pensiero, l’impulso e la memoria, l’euforia e la ferita. Scrivere diventa una forma di resistenza all’anestesia, ma anche al collasso. È un gesto che mira alla continuità dell’esperienza cosciente. Non è una guarigione, non è un’espiazione o una confessione: è vita eterna, una specie di orgasmo sulla carta. In questo senso, l’erotismo che attraversa Henry and June non è mai puro abbandono, ogni scena erotica è accompagnata piuttosto da una risonanza emotiva, da un eco interiore. Dopo Freud il corpo si trasforma in un vasto archivio, a cui la Nin si ispira per scrivere un erotismo che pensa, senza per questo smettere di essere carnale. Una scrittura che, avvicinando al massimo i confini tra eros e parola, si chiede: fino a che punto questo desiderio bruciante può essere vissuto senza perdere la mia forma? Quanto eccesso può reggere un corpo prima che l’io si frantumi o si irrigidisca? Cosa mi sta facendo questo desiderio, come mi sta trasformando? Il corpo non è mai separato dalla riflessione, e nemmeno ridotto a simbolo. Rimane carne viva, sensazione, vulnerabilità.
L’interazione tra i personaggi mostra come l’erotismo non sia affatto lineare. Il corpo di Miller è tensione pura, quello di June resistenza, quello di Nin osservazione incarnata. La loro vicenda mostra come il desiderio, lasciato senza briglie, senza forma, possa diventare circolare, ritornare su se stesso, come l’intensità senza struttura possa trasformarsi in un’esperienza di rischio e vertigine. L’autrice nel mettere in scena l’eros non cerca banalmente di eccitare, ma di comprendere il corpo, che diventa luogo di conoscenza, di esposizione, non di consumo. La scrittura di Nin introduce il limite, provocato dalla scrittura stessa, non come una sorta di censura o repressione, ma come una ricostruzione interna di un soggetto che, trasposto su carta, riesce a mantenere la propria forza pulsionale intatta e abitabile – sublimata. Il dialogo sotterraneo dei Diari con Freud prosegue nelle coazioni a ripetere che, a tratti, sembrano tormentare i protagonisti. Anaïs registra più volte la sensazione di “esserci giá passata”, riferendosi alle avventure sentimentali in cui rimane periodicamente invischiata. Henry, a propria volta, ripete modalità relazionali irregolari: entusiasmi rapidi, ritirate improvvise, il bisogno costante di conferma di chi, per primo, non sa restare. June invece appare e scompare, riattivando nei tre amanti, a ogni pulsazione, lo stesso assetto di tensione. In Henry and June, il corpo cerca intensità, e le stesse situazioni emotive vengono riattraversate e ripetute, perché producono una carica pulsionale riconoscibile, che porta al di là del principio di piacere. Il corpo segue una traccia già incisa, autonomamente segue il desiderio in barba a ogni supposta naturale tendenza all’equilibrio.
Centrale è infine nei Diari il corpo femminile, rappresentato come un sismografo che registra scosse minime, un’improvvisa attrazione, un disagio senza causa apparente, una tensione che precede ogni decisione. Anaïs scrive il corpo vissuto di quegli attimi che precedono e anticipano ogni azione, ogni messa in piano o in ordine dell’esperienza; il corpo in cui attività e passività mostrano la loro profonda unità e reciprocità. Mette in scena il corpo che Freud, liberandolo dall’opprimente immagine di macchina biologica, aveva da poco riportato al centro della cultura europea: luogo traboccante, vivo, attivo-passivo, sulla cui superficie si intrecciano e inabissano – liberi e caotici – oggetti, pulsioni, fantasmi e ricordi, che è sempre possibile riattivare e mettere in gioco. Henry and June ci si rivela allora, infine, come una topologia del corpo, del pensiero e del limite, un confronto implicito con le idee freudiane che emerge senza essere dichiarato, e che conferisce al testo una densità fuori dal comune, perché insieme letteraria, erotica e filosofica.
È proprio su questa linea di frattura , tra donna e bambina, tra desiderio adulto e bisogno infantile di guida, tra autonomia e dipendenza, che la scrittura di Nin si fa più scoperta e analitica, preparando il terreno a una confessione che rende visibile la trama profonda di questa ambivalenza
In quel momento so di essere mezza donna e mezza bambina. Che una parte di me nasconde una bambina che ama essere sorpresa, essere istruita, essere guidata. Quando ascolto sono una bambina ed Henry assume un atteggiamento paterno. L’immagine ossessiva di un padre erudito, letterato si riafferma, e la donna ridiventa bambina.

