Educazione e violenza: parliamone. Abituarsi al male, la “teoria del mondo giusto”

di Diletta Coppi

(Immagine di Silvia Mengoni)

Premessa

Per scrivere l’articolo per il nuovo numero cartaceo di Charta Sporca sono partita riflettendo su alcuni commenti che ho letto sotto a un post di Facebook. Quel giorno ero ancora allegramente inconsapevole di star dando vita a un’abitudine che riconosco essere saltuariamente molto dolorosa. Non riesco più a non soffermarmi sulla sezione commenti, soprattutto nel caso di post che riportano notizie che spaccano l’opinione pubblica in due senza lasciare spazio a sfumature: la Palestina, la carne sintetica, Chiara Ferragni, Ilaria Salis. È diventato un passatempo che mi crea lo stesso piacere di quando mi strappo una pellicina da un dito e mi faccio male. So benissimo che, nonostante questo, lo farò di nuovo.

Qui si potrebbe sollevare già un’obiezione, ovvero che i commenti sui social network li fanno solo i “boomer”; ecco non è più vero. I commenti che leggo vengono scritti da persone di tutte le età, che ovviamente non conosco, che vivono nel mio stesso tempo, alcune nel mio stesso Paese. Per questi motivi – e forse anche per curiosità antropologica – li ritengo una finestra dalla quale affacciarmi per uscire dalla mia bolla.

I commenti a cui faccio riferimento li ho letti sotto a un post Instagram della pagina de La Repubblica riguardante la lettera scritta da Ilaria Salis dal carcere in cui è detenuta in condizioni disumane in Ungheria.

Cito testuali parole del commento che in questo caso mi ha ispirata: “se non andava in giro per l’Europa a menare la gente sicuramente non succedeva questo. Ha sbagliato ed è giusto che paghi nel Paese dove ha commesso il reato! Lì le condizioni carcerarie sono severe? Paese che vai usanza che trovi. Magari dopo questa volta eviterà di andare a fare risse per l’Europa”. Paese che vai usanza che trovi: il latte nel tè in Inghilterra, il dittatore Orban e l’assenza di diritti all’interno delle carceri in Ungheria. Ci sarebbe da scrivere per ore sull’utilizzo improprio delle parole usate nel commento, ma vorrei piuttosto soffermarmi su un concetto più sottile che traspare in queste poche righe: una certa idea di cosa è giusto.

Abituazione e indifferenza

Quando Cesare Beccaria scriveva Dei delitti e delle pene era il 1764. Nel suo saggio si legge che la pena deve essere rapportata al delitto: una persona che ha rubato una mela non può pagare lo stesso prezzo di un assassino. Quello che ho notato però, leggendo per ore commenti, è che queste idee non sono più così condivise. La storia di Ilaria è una storia di abuso di potere a cui tristemente tante persone si sono abituate, arrivando addirittura a credere che – in una sorta di sindrome di Stoccolma – subire tali ingiustizie sia giusto, specie quando sono gli altri a esserne vittime. All’abuso di potere siamo esposti quotidianamente da anni, basta pensare all’illegittimo stato di Israele che indisturbatamente compie crimini sulla popolazione palestinese da 75 anni. L’abuso di potere sono i femminicidi, sono i capi delle aziende che sfruttano i dipendenti; l’abuso di potere è l’intero sistema capitalista dentro cui viviamo.

L’esposizione costante a tutto questo potrebbe aver diminuito l’entità con cui sentiamo le ingiustizie, specie quelle che crediamo non ci riguardino.

In etologia e in psicologia con il termine abituazione si intende la graduale diminuzione dell’attenzione e della risposta di un organismo a uno stimolo a seguito del ripetersi dello stimolo stesso. Non dico sia un processo che coinvolge l’intera popolazione, però è un dato di fatto che ci stiamo progressivamente abituando al male.

Le foto di Ilaria Salis in tribunale legata con le catene hanno suscitato reazioni contrastanti: rabbia e indignazione ma anche accettazione. Il genocidio in corso a Gaza causa le stesse reazioni dissonanti. Grazie alla tecnologia, che si muove in un tempo e in uno spazio che evidentemente non siamo in grado di abitare, assistiamo agli orrori del presente con il privilegio della distanza di sicurezza dataci dal vivere nella parte “giusta” del mondo. In calce agli articoli che riportano gli spaventosi numeri delle vite perse nella striscia di Gaza, non è raro trovare gente sostenere che quello che accade in questi mesi è “giusto”, poiché Israele ha il diritto di difendersi, di rispondere all’attacco del 7 ottobre, di bombardare ospedali se li ritiene pieni di terroristi.

Cosa è “giusto”?

Ma a cosa, o a chi, si riferiscono l’uso e l’abuso di questa espressione? Nel caso della difesa a oltranza delle violenze commesse da Israele a Gaza, pare quasi che l’individuo che commenta si trovi in una sorta di non-luogo teorico, quale in effetti è lo spazio virtuale, distante anni luce dalle idee democratiche a fondamento della nostra società. Come se l’idea di giusto avesse perso ormai completamente il proprio stesso metro di giudizio.

Ma è proprio qui che rientra in gioco l’abituazione: se ogni giorno vediamo immagini di violenze e ingiustizie ai danni di persone indifese, gradualmente cominceremo a pensare che quella realtà sia la norma. Non solo, se su quelle violenze non possiamo intervenire, pian piano ci sentiremo sempre più impotenti e inizieremo a pensare che non c’è niente da fare. La sempre maggiore delegittimazione (o addirittura il divieto) delle manifestazioni di dissenso, come la crescente incapacità della legge di tutelare la vita e i più elementari diritti delle persone, stanno contribuendo non poco a questa deriva. La convenzione di Ginevra, la Costituzione, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sono strumenti inutili, parole che non hanno potere, che restano scritte sulla carta e non trovano attuazione nei momenti in cui dovrebbero davvero funzionare come riferimenti culturali e normativi. Se la legge non porta giustizia, come dovrebbe, le persone per quieto vivere iniziano a fabbricarsi un’immagine per loro “tollerabile” di ciò che è giusto.

La teoria del mondo giusto

La giustizia, però, tanto nel caso di Ilaria Salis quanto in quello del popolo palestinese, esigerebbe tutt’altra cosa dal far subire una semplice, brutale vendetta a chi si ritiene colpevole.

Oltre alla costante esposizione alla violenza, che è una delle cause per cui ci arrabbiamo meno e siamo investiti da sempre meno disgusto di fronte agli abusi di potere, a causare l’abbassamento della nostra sensibilità collabora anche quello che in psicologia viene definito errore fondamentale di attribuzione. Questo è un processo attraverso cui le motivazioni di un evento vengono attribuite a fattori interni che scaturiscono da sé stessi o dagli altri, sottostimando il ruolo dell’ambiente. Tra le varie teorie che hanno provato a spiegare questo fenomeno, che inevitabilmente ci porta a pensare che le persone sono quello che fanno e dunque si meritano quello che gli succede, la teoria del mondo giusto può aiutarci a capire perché qualcuno pensa ancora che le ingiustizie che colpiscono i più deboli siano, in qualche misura, meritate. Davanti alle prevaricazioni e alle esperienze di dolore il cervello risponde provocando una sensazione di rabbia e sdegno, attivando le aree cerebrali implicate nell’esperienza del disgusto e del dolore che sono uguali per tutti gli esseri umani: la parte anteriore dell’insula anteriore e della corteccia cingolata. Ma se a livello fisiologico possiamo considerarci tutti uguali, a fare la differenza sono invece le reazioni cognitive di ognuno, e il modo in cui elaboriamo consciamente questo tipo di esperienze. Una reazione che ci si aspetta davanti a un’iniquità è una risposta di rabbia, un’attivazione volta alla ribellione e all’eliminazione delle condizioni che rendono quello a cui stiamo assistendo possibile. Esiste però anche un’altra reazione: quella di chi si adatta. Alla base dei due comportamenti c’è quasi la stessa motivazione: il bisogno degli esseri umani di ordinare la realtà, che diventa sempre più caotica, e di trovare un senso alle esperienze che viviamo, soprattutto a quelle più dolorose.

Dis-abituarsi al male… Anche se fa male

La teoria del mondo giusto è un meccanismo di difesa attuato per allontanarsi emotivamente da eventi dolorosi, per raccontarci che a noi quella disgrazia non succederà mai. Questo tipo di pensiero parte dal presupposto universalizzante che il mondo (almeno nelle sue parti più “illuminate”) sia un posto equo, e che qualunque cosa capiti deve accadere perché, in qualche modo, uno se l’è andata a cercare. Basta pensare alle vittime di stupro, non è raro sentire opinioni che incolpano la vittima o che danno alla vittima la responsabilità del danno subito per varie motivazioni – tipo l’abbigliamento. Un po’ come la persona del commento da cui sono partita: non andando “in giro per l’Europa a far risse”, Ilaria Salis non sarebbe mai finita nelle carceri Ungheresi, dunque non avrebbe mai subito quel trattamento. In un ragionamento di questo tipo il problema della violazione dei diritti non viene neanche sfiorato. Con questo non voglio deresponsabilizzare chi di fronte a condotte inumane non batte ciglio, ma voglio piuttosto disinnescare un pensiero molto pericoloso, ovvero la presunta inferiorità culturale, morale o antropologica di questi “indifferenti”. Alla base di questa spaccatura comportamentale c’è – tra milioni di altri fattori – anche qualcosa di personale e insondabile, ovvero la tremenda sensazione di essere inutili, il non poter tollerare, il cedere, il voler chiudere gli occhi sull’orrore per poter ancora vivere e sorridere.

Troppo spesso non possiamo rendere migliore un mondo ingiusto, allora cerchiamo illusoriamente di rendere più giusta l’esperienza dell’ingiustizia. Il problema però rimane, modificare le proprie credenze per ridurre la paura o l’angoscia creerà una percezione della realtà falsata, portando all’insensibilità. L’insensibilità indurrà poi a parteggiare di meno, e di conseguenza lottare di meno. Per quanto siano fastidiose e dolorose le sensazioni di rabbia, paura e impotenza che si esperiscono di fronte a notizie di abuso di potere e di violenza, scegliere di continuare a provarle è un atto di resistenza. Checché se ne dica, l’empatia è un’arma ancora molto forte che abbiamo a disposizione per non diventare complici silenziosi dei nostri aguzzini soltanto perché abbiamo paura che – se muoviamo un dito o alziamo la voce – la stessa cosa succederà anche a noi. Ci sta già succedendo.

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