Estratti da “Taccuino Bianco”

di Francesca Marica

[Per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, pubblichiamo alcuni estratti da Francesca Marica, Taccuino Bianco, Anterem Edizioni, 2025]

La strada è coperta di neve, presto saremo dimenticati e le parole svaniranno

come nebbia davanti al cancello di una casa. Le ombre passano e vanno, i corpi

passano e vanno. I respiri, invece, no. E infatti noi li preferiamo.

Entrate. Sono morta.

Sono morta. E anche gli altri sono morti.

Viaggiamo senza bagagli, i nostri abiti sono consumati, i piedi nudi.

I vivi ci lanciano sguardi di diffidenza talvolta. Una vera comprensione per le

nostre parole non è stata ancora manifestata – – Eppure il pensiero guarda al

domani. L’aria, dov’è finita l’aria?. Siamo tabule rase –

Il muro a calce nasconde molti pesci.

Quando è notte i loro occhi illuminano la strada verso il fiume.

Sulla sponda del fiume una donna fa danzare le api su un’asse di legno, è un

lavoro minuzioso che richiede grande abilità. In un momento di voce sola ti ho

detto che sei grido, gola, angoscia che fiorisce in una notte.

Tu senti la pelle fin dentro i gomiti. Questa tua scintilla mi commuove e non si placa.

/ Avrebbe voluto sentirle le parole che da lontano vedeva agitarsi sulle sue

labbra. L’occhio, forse per la forza dell’abitudine, non suggeriva speculazioni

attendibili. Ma lei, non per questo, si arrese /

Una donna aspetta un uomo. Lo aspetta come si aspetta qualcuno che è partito

da molto tempo e non è stato perdonato.

Lei conosce le ragioni del sangue ma crede ancora allo stupore.

Si racconta una finzione. Poi nasconde qualcosa tra le mani, per dispetto.

La sua è una solitudine remota e indolente; è una condanna anticipata.

/ Un segno è solo un segno per la mano che l’ha scritto?

Sarà in una sera qualunque, una sera simile alle altre andate, che

diventeranno possibili i miracoli. Allora anche i morti purificheranno i piedi nel

sale… Lo faranno per tornare /

Tu appartieni a quelle che sanno guardare e riparano solitudini dimenticate.

Il silenzio è la tua casa, ogni uomo è tuo fratello.

Non esiste buio che possa ferirti ma Tu, Tu per favore ascoltami, prendi i vagiti

della notte e fanne un fuoco grande dove gli agnelli possano bere proteggendo

la dolcezza di chi non piange. Metti in salvo tutti i bambini, allunga su di loro

la tua mano.

/A Bisanzio e in Etiopia, le figure dei traditori, come quella di Giuda per esempio,

non guardavano mai fuori dal quadro per paura che il loro sguardo funesto potesse

nuocere a chi si avvicinava incolpevolmente /

Qualcosa bisogna fare: separare la vita dalla morte, i canti affilati dalla punta

della lingua. Non è mai esistito prima, a memoria d’uomo, un Re tanto ridicolo

e solo. Stai attraversando il piano sequenza della mia contraddizione.

E tu non ci credi alla mia contraddizione solo perché ti chiamano Re?

Prendo nota dei tuoi atteggiamenti ambivalenti e del tuo bisogno di trovare

nuove protezioni. L’abbaglio del bianco e il rosso che precede.

Il ferro delle ossa abbraccia una pelliccia calda e morbida – – uniti i piedi,

mutilate le dita – la profondità è perfettamente misurabile.

                                                                       Oggi anche i fantasmi sanno che è andato via il male – –

C’è un paese sotto assedio. Suono di sirene in pieno giorno.

Cammina per strada, sente il passo di qualcuno alle sue spalle. È un militare.

Rinuncia al buon senso e si volta, gli punta gli occhi addosso come fossero

un’arma.

Il militare non raccoglie la provocazione.

Lei non ha paura ma il suo respiro si blocca, non le obbedisce. Il soldato

impietosito, la risparmia, lei resta immobile, non piange neanche una lacrima.

A volte si sconta in silenzio la punizione di essere vivi, pensa.

/ Le falene sono farfalle notturne. Creature della soglia, messaggere di un

mondo che non vediamo. Un’antica leggenda crede siano lo spirito dei morti

andati via senza il tempo di un saluto. Morti che tornano per farsi perdonare,

con la testa coperta di piume /

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