La regina del mare – Un estratto da “Le Malaveglie”

di Filippo Cerri

Si sono lanciati verso il cuore del Mediterraneo lasciandosi dietro il lamento dei figli, il corpo caldo delle donne, la vergognosa prudenza dei vecchi. Vi è una lingua incisa nel sale incrostato sul legno dello scafo: l’hanno ascoltata. Ci sono costellazioni segrete che solo un sogno fatto alla deriva rivela: le hanno seguite.

Poi è stato digrigno di denti e sforzo di muscolo che brucia, odore di resina e di legno marcio, è stato il Tirreno, vasto come un dio e stupido come la fame. A destra e manca il pericolo delle secche, il cimitero di legni, le punte aguzze di montagne a fior d’acqua, fantasiosi denti di mostri marini, di Leviatani infami. Poi la sfida della tempesta e le navi senza più direzione. Questi figli del naufragio, le gambe gonfie e viola, hanno pregato senza sapere a quale forza del cielo votarsi, ma qualcuno, dietro i cumulonembi, c’era, e ha risposto ponendo di fronte agli occhi il miraggio di una terra emersa. Uno scoglio enorme dal cuore di calcare, nelle cui viscere dormono il sonno dei fossili sepolti animali preistorici, una roccia gobba e verde attaccata alla terraferma da una linea di sabbia, rendeva impercorribile quella direzione. E niente di buono verso l’entroterra: c’era la morte delle paludi, l’infamia di tornare a mani vuote, la risata dei padri, la delusione delle donne, l’unghia che incide la tacca dell’infamia.

Si fermarono sulle spiagge e pescarono, usando le tecniche e le strategie secolari del proprio popolo. Quello sapevano fare, quello fecero.

Trovarono pesci e coralli, mangiarono i primi, misero via i secondi per venderli nei mercati al ritorno; si immaginarono ricchi, furono contenti, ma scoprirono l’insoddisfazione del bisogno più subdolo; anche solo per esso erano pronti a tornare, svenati dal ricordo delle donne lasciate indietro. Esplorarono le piccole isole che facevano corona al promontorio. In una di esse sentirono una voce chiamarli da una grotta sommersa. Cercarono la gola che l’aveva prodotta. Trovarono la regina del mare, il corpo gonfio e massiccio reso appetibile dalla voglia. Offriva la soddisfazione che cercavano.

L’hanno amata, con tutta la forza delle loro folli penetrazioni al chiaro di luna, chiusi in amplessi secchi, i lombi hanno sfuriato la pena e il desiderio d’essere ancora vivi. Lei ha dato fondo ai loro capricci, con la carezza docile di una madre, soffiando su di loro lo sfiato del suo piacere. Per molte notti visitarono l’isolotto dove la regina attendeva. Presto alcuni di loro abbandonarono il promontorio e rimasero con lei. Quelli rimasti indietro non li hanno visti più tornare.

Secoli dopo è venuta l’era del cemento. Sono trascorse primavere e dolcevite, le cale hanno accolto l’orda vacanziera. La regina ha preso il largo ma la sua memoria s’è incagliata negli scogli, nei rivoli salmastri, nelle dune e nelle secche. E come gli uccelli seguono lo zodiaco delle loro mete e ricompaiono sul finire del disastro invernale, anche la regina, si dice, ritroverà la via del ritorno.

I

Il loro primo contatto col meraviglioso avvenne in spiaggia, la mattina presto. Si manifestò come un insieme armonioso di muscoli magri e capelli setosi. Sembrava figlia dell’immaginazione, e invece stava proprio lì, a dar la pelle al sole, accanto al loro asciugamano. Il ragazzo non ebbe parole a disposizione. Paolo invece la salutò, le chiese come si chiamasse. Avevano la stessa età, il ragazzo e Paolo, ma, come per due piante troppo vicine che si contendono la luce, Paolo prevaleva, cresceva pieno di quel vigore e di quegli entusiasmi che il fato pareva aver tolto invece al ragazzo, ben più pallido e smunto.

La ragazza non fece cenni o gesti, studiava la situazione come certi animali prima di capire se tornare al bosco o fuggire. O forse lo spavento era tutto loro e lei li guardava come si guardano due idioti in costume; il primo, un mutandone d’un orribile giallo fosforescente, e quello di Paolo, un Sundek arancione con una striscia rossa sulle cosce.

«Tu che diresti?» chiese, e Paolo si esibì in una carambola di nomi, mise a servizio la lingua mentre la ragazza rideva a ogni suo errore.

Il ragazzo, al contrario, custodì il silenzio dei timidi. Avevano conosciuto Teresa.

II

La madre di Teresa aveva la tabaccheria che dava sul porto. Dal bancone vedeva ogni giorno tutte le operazioni, il viavai dei traghetti e dei pescherecci, le linee bianche che increspavano l’acqua, mattine infinite tra il grido disperato dei gabbiani e il vociare secco dei pescatori, le bestemmie in dialetto, la pelle di cuoio offerta per anni alle albe saline. Il padre passava sei mesi imbarcato e sei mesi a terra. Quel pomeriggio Teresa andò incontro ai ragazzi salutandoli col braccio alzato. Si erano accordati per rivedersi in paese e capire un po’ cosa fare di quelle lunghissime giornate. Scesero dalla navetta e le andarono incontro.

«Possiamo andare alla Cala della Sirena, è un po’ lontana ma ci si fanno i tuffi migliori».

Avrebbero fatto i tuffi migliori. Paolo e Teresa cominciarono una danza di risatine e sbuffi che li accompagnò fino alla cala. Affittarono due motorini per tre giorni, uno guidato da Paolo, uno dal ragazzo.

Teresa andò verso il ragazzo: «Vengo con te».

Paolo fece un’alzata di sopracciglio e partì tentando un’impennata.

Teresa posò la mano sulla spalla del ragazzo, strinse quel tanto che le serviva per issarsi sulla sella con grazia, poi approfittando di un leggero rimbalzo del motorino, si sistemò a cavalcioni, stringendogli la vita. Il ragazzo provò un imbarazzo sottile in quella presa che lo inchiodava alla sua magrezza. Immaginava i pensieri di lei. Stava per dirle di tenere le mani sulle spalle, meno sincere e più normali, ma poi lei prese a parlargli all’orecchio, dando indicazioni sulla strada, e allora lasciò stare, scrutando dallo specchietto l’intermittenza di luci e ombre che le chiome dei pini le proiettavano sul viso.

La Cala della Sirena si trovava dietro al promontorio. Non era facile da raggiungere e solo conoscendo bene la strada ci si arrivava senza problemi, senza perdersi in un dedalo intricato, un reticolo di strade bianche e dissestate o viuzze private protette da catene e cani. La costa si allungava proiettando due lembi di terra verso l’orizzonte, per poi ritornare a sé come per un ripensamento, come una mano audace che si ritrae imbarazzata. C’era una mezza luna di scogli bassi e sabbia, i cumuli di posidonia anticipavano una piccola pineta a strapiombo collegata con altre piccole calette poco più in là. In mezzo all’acqua, di fronte a degli anfratti rocciosi che proseguivano lungo la costa, una manciata di scogli più alti offriva la possibilità dei tuffi vagheggiati.

Teresa si arrampicò sugli scogli indicando dove mettere i passi, gli altri due le andarono dietro sicuri.

«Allora» fece Paolo, «che si fa da queste parti oltre ai tuffi?»

«Stasera c’è una festa in spiaggia, se vi va».

Paolo alzò il mento, offrendo l’ombra di un dubbio.

«Forse» disse svogliatamente.

Gli schizzi del tuffo di Paolo deflagrarono in aria e una schiuma bianca si confuse tutto intorno. Appena uscito dall’acqua si portò sotto lo scoglio e con poche ma calibrate mosse cominciò ad arrampicarsi per tornare in cima ripetendo la scalata. Il ragazzo e Teresa avevano steso gli asciugamani in un angolo di spiaggia vicino agli scogli e lì erano rimasti. Teresa armeggiò un po’ con la borsa, estrasse due Camel, le accese entrambe e ne porse una.

Paolo era volato verso la cima e continuava a tuffarsi.

Teresa infilò i piedi nella sabbia, lasciò sbucare appena le dita. Il ragazzo li sbirciò con la coda dell’occhio.

«Qua è bello, ma solo d’estate. L’inverno è tutta un’altra cosa, si fa fatica a dover restare».

«Dove vorresti andare?»

«Vorrei farmi un anno in Irlanda, non lo so. L’Irlanda mi piace, ma non ci ho pensato molto. Però sì, voglio andare. Questo è sicuro».

Teresa spiegò l’alternativa al rimanere: la tabaccheria, lo sguardo fisso all’andirivieni delle navi, il tempo che si incaglia. Il ragazzo provò a fare un sorriso, come a dire: capisco, e non capiva affatto.

«E tu che vuoi fare?»

Alzò le spalle, giusto per darle qualcosa. Tutte le possibilità che gli si schiusero davanti non reggevano il peso di una bella figura. La sua vita futura non si spingeva oltre quell’estate. Faticava a farsi andare il presente, il futuro era roba d’altri.

Si perse dietro alla scelta delle parole giuste e non ne venne nessuna, ora solo i tuffi di Paolo evitavano che il silenzio del mondo fosse assoluto. Teresa si fece andar bene l’alzata di spalle.

«C’è una grotta là da qualche parte in cui si dice che ci stavano le sirene, per questo la cala si chiama così. L’entrata c’è ma si può arrivare solo fina a un certo punto, una parete è crollata. Ma mi hanno detto che là sotto continua per parecchi metri, verso non so dove» Teresa finì la sigaretta e la spense nella sabbia. «Andiamo».

Fece un cenno con il capo e si alzarono insieme. Si arrampicarono sullo scoglio mentre Paolo riemergeva. Una volta sulla cima, Teresa si portò avanti, fece un verso con la bocca e si tuffò. Il ragazzo la vide cadere, prese il suo posto ma sentiva che le gambe avevano smesso di collaborare.

Guardò in basso, Paolo giocava schizzando Teresa che rideva e gli rispondeva. Doveva andare giù anche lui, tornare indietro non poteva. Paolo da sotto lo incitava, ci si mise anche Teresa; decise di essere pronto. Fece un respiro profondo e si consegnò al volo.

A mezz’aria ebbe la sensazione di un tempo esploso, che il mondo si fosse piegato su sé stesso come un foglio di carta, se lo sentì premere contro il plesso brachiale, cadere a piombo sulle spalle: la spinta del salto non si esaurì, una forza che non era la sua lo capovolse e finì coi piedi al cielo; la testa bussò sulla spuma marina che si aprì come una tenda sottile e se lo portò dall’altra parte.

III

C’era odore di alghe e di fumo. La fiamma s’innalzava verso un cielo clamoroso. Stupiva a paragone del cielo di città, sembrava finto come le cose perfette, irreale come le carte che si mettono sul presepe. Intorno al falò s’era radunato un gruppo misto di campeggiatori e giovani del porto . Il ragazzo mandò giù una sorsata di gin tonic dal bicchierino che gli era stato offerto da una mano amica. Il sapore di plastica del bicchiere si confuse con il dolciastro limonoso, poi prese il sopravvento il bruciore inevitabile del gin.

Teresa si era alzata, sparita oltre il sipario offerto da una piccola duna, e quando tornò si mise tra lui e Paolo. Il gin cominciò a inebetirlo, il chiacchiericcio si fuse al rumoreggiare della spiaggia notturna, allo strepito del fuoco, all’andare sommesso delle onde. Qualcuno lo tirò dentro a un discorso, il ragazzo tentò di far fronte alla chiacchiera e quando non ne poté più si girò per essere tratto in salvo, ma Paolo e Teresa non c’erano.

Rimase ancora un po’, cercò di infilarsi in qualche discorso, fare la sua parte, quindi decise di andarsene. Non sapeva bene dove; di tornare in campeggio non se ne parlava, prese il motorino e si guadagnò la strada. L’aria fredda che gli arrivava sulla faccia lo faceva lacrimare, gli insetti che incontrava sul tragitto brillavano una volta illuminati dai fari, prima di essere inghiottiti di nuovo dalla notte o scoppiare sfaldandosi sul muso del motorino.

Arrivò guidato dalla memoria recente alla Cala della Sirena come seguendo un richiamo. Alzò la sella per prendere il telo, si avventurò fino allo scoglio. La luna piena definiva con chiarezza la cala, strappando alla confusione di ombre e piante i contorni degli scogli e della sabbia.

Il ragazzo si arrampicò in cima allo scoglio con un coraggio che il sole avrebbe sconfessato. Pensò a Paolo e Teresa da soli.

Cercò, per distrarsi, di dettagliare il panorama notturno. Quel mare così calmo era il sintomo di un’angoscia diffusa, le luci dei paesi lontani sulla costa parevano città brulicanti di vita. La notte mostrava la sua faccia più lugubre. Il giorno era tutta una fanfara, una ridarella, ma ora tutto era silenzio e, dove non c’era silenzio, c’era il formicolare sommesso di chissà quale elitra o sciame, e ancora più in là il rumore appena intuibile della vita da cui era fuggito. Lo colpì lo sfarfallare d’una lucina lontana e incerta, dove Teresa aveva indicato la grotta della Sirena. Lo colse l’idea di raggiungerla e s’impose il compito.

Scese a fatica dallo scoglio ferendosi in più parti e si avviò verso la luce.

La lucina era come un fiato iridescente che appena raggiunto svaporò nel nulla. Il ragazzo si guardò intorno, aspettandosi la parete franata ma no, l’accesso era libero. Si accorse che in fondo alla cavità la lucina s’era ripresa. Aveva guadagnato forma umana, tremolando come una candela su cui si respira, e apparve al ragazzo con fattezze di donna; per quanto eterea, la sua immagine riluceva nel cavo della grotta. Il ragazzo avanzò e tese la mano per realizzare con un tocco lo straordinario apparso, ma poi renitente la ritrasse, come per non fare peccato. Era nuda e livida, venuzze azzurre brillavano sotto la pelle trasparente. Aveva i capelli crespi e nodosi, quasi rossastri, d’una tinta che ricordava certi legni visti al porto. Lo sguardo era come impigliato in due occhi che per quanto profondi difficilmente sembravano poter vedere.

Se aveva voce, il ragazzo la indovinava come quella dell’acqua che scroscia; se aveva un cuore, a fatica batteva.

E quella donna che era nebbia e luce aprì d’un tratto le braccia.

C’era qualcosa dietro di lei, qualcosa di immenso e terribile, la cui bizzarra visione non poteva essere registrata se non attraverso i particolari, e non nel folle insieme di protuberanze e fiati. Quando quella cosa gli parlò, il ragazzo capì di essere finito alle porte dell’assurdo, totalmente impreparato al cospetto di tanto orrore. Era una voce non prodotta da gola umana, da corde vocali e polmoni, ma sembrava fatta della stessa inconsistenza del rumoreggiare spumoso, il basso continuo di una conchiglia vuota.

La creatura nascosta era un essere ripugnante e gonfio, avrebbe ricordato una donna solo a chi avesse speso in mare un’eternità di solitudine. Dietro di lei qualcosa, che sembrava una coda, si biforcava in due estremità flaccide che si allargavano come fossero gambe, per un invito stomachevole. Il ragazzo notò, con la precisione del terrore, protuberanze sporgenti da un ammasso gelatinoso color gengiva di cadavere, da cui fuoriuscivano sparute schegge luminescenti che potevano ricordare scaglie di pesce o di rettile. La coda aveva dei fori da cui si percepiva sfiatare un alito caldo e nauseabondo.

Il ragazzo indietreggiò, mantenendo lo sguardo fisso su quell’orrore, come per evitare altre sorprese. La ragazza di luce si rimangiò quella distanza minima, muovendosi sui passi di lui e cominciando una strana danza di movimenti.

Qualcosa in quell’odore di alga e sudore inebriava il ragazzo al di là di ogni profumo terrestre. Si lasciò scortare fino all’essere sospiroso: voleva che la penetrasse. Gli cercò l’orecchio con la lingua, il ragazzo sentì il suo fiato acre. Quella massa sembrava ansimare con maggiore intensità, offriva lo spettacolo disgustoso del suo corpo, nel quale si apriva una fenditura, un doppio paio di labbra violacee che schiumavano una specie di muco ambrato. Un conato gli salì dal fondo dello stomaco e gli permise di indietreggiare ancora. Sentiva però ancora l’eccitazione addosso, esagerata dall’orrore e dall’assurdo. Si arrese all’invito.

La ragazza si frappose tra lui e la cosa, gli si agganciò con le gambe e cominciò ad agitarsi, un movimento prima fiacco, poi sempre più convinto. Il ragazzo si aggrappò al corpo della creatura mentre cercava di entrare dentro la ragazza, e attraverso di lei di entrare nel fiore di carne che la matassa gelatinosa offriva. Fu come scivolare in un canale spugnoso e presto il ragazzo si trovò a dare piccoli ma decisi colpi di bacino. Continuò a colpirla con i fianchi, con la violenza del desiderio immaturo, tenendosi aggrappato a quell’essere così scivoloso, pregando non finisse mai, immaginando la ragazza e non la creatura. Si sentì immerso in un muco nerastro, il corpo che pareva scivolare su una membrana. Percepiva crescere in sé l’energia d’un sole lontano: presto sarebbe venuto il nulla, ma come per un colpo di reni, un’abitudine stupida, la sua mente gli scaricò in testa una sarabanda di voci, di Teresa, di Paolo, dei genitori, di tutti. In qualunque direzione stesse andando, sul piano inclinato in cui slittava, volevano farlo tornare indietro.

Ma il ragazzo andò comunque verso quel nulla che gli si parava davanti, e capì, poco prima di non pensarci più, prima che la creatura gli invadesse i pensieri, che quel nulla gli era fratello, e che il carnevale di voci che si sentiva in testa e che andavano piano piano scemando altro non era che la somma di tutte le esistenze umane d’un presente ormai dimenticato, mentre lui si slanciava ora verso l’infinito, sentendolo a portata di mano, così forte nel corpo rigido, e che sebbene quelle voci gli fossero care e amiche, erano anche amate e perdute e presto non lo avrebbero mai più riguardato. Poi l’orgasmo lo sopraffece e una lama di luce gli attraversò la mente.

V

Passarono i giorni, la vacanza volse al termine. Nuvoloni scuri e densi invasero il cielo come se scendessero in battaglia. La notte prima della partenza un forte temporale si era abbattuto sulla costa e la mattina, quando i suoi lo andarono a cercare in tenda, il ragazzo non si trovava. Si preoccuparono. Raggiunsero Paolo, lo trovarono con Teresa, lui disse che avrebbe fatto un giro a chiedere nei posti dove erano stati, lei offrì il suo aiuto. Insieme presero il motorino e tornarono alla cala. Il mare si era placato ed era tornato a essere una lastra blu cobalto appena sporcata d’azzurro. Cercarono ovunque, chiamando il ragazzo a gran voce, ma non rispose nessuno. Si udiva, offrendo l’orecchio, solo il rumore di acqua che si scontra testarda contro la pietra. Poi Paolo vide qualcosa galleggiare vicino agli scogli, impigliato in una conca tra le scatolette di polistirolo e le lenze aggrovigliate dei pescatori abusivi. Era un ridicolo costume giallo fosforescente che sciaguattava avanti e indietro, attorcigliato su sé stesso. Al suo interno si agitava una mucillagine grigia e spenta, animata dal reflusso delle acque. A Paolo parve una grossa medusa sciolta dal sole.

* Il racconto è estratto da Le Malaveglie. Storie di paura popolare, effequ 2024. Lo ripubblichiamo con il senso consenso di autore ed editore, che ringraziamo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Ti potrebbe interessare