di Giacomo Bonetti
“No absolutes in human suffering” Gaza (band)
Quando è stata l’ultima volta che avete sentito un vostro conoscente che attraversava un momento problematico dire “Sono preoccupato”, o “Sono triste”? A ben pensarci, la risposta potrebbe essere sorprendente. È più probabile che abbiate sentito – o abbiate usato – espressioni come “Sono depressa”, o “Ho troppa ansia”. Queste parole ed espressioni ovviamente non sono le sole: ogni inciampo nella vita è un “trauma”; ogni persona che apparentemente compie un torto nei nostri confronti è un “narcisista”; ogni relazione che non funziona è “tossica”; raccontare con enfasi le proprie vicende personali è sempre “scaricare traumi” (“traumadumping”) sul nostro interlocutore; e così via. Potremmo identificarla come una chiara tendenza: il linguaggio che utilizziamo per parlare delle nostre esperienze di ogni giorno è sempre più un linguaggio costruito sulla base di un gergo clinico; nello specifico, un ibrido tra i linguaggi della psicologia, della psicoterapia e della psichiatria. Anche se non si tratta di una tendenza nuovissima (“E’ proprio nevrotico”, “Non fare l’isterica!”), è la sua diffusione capillare negli ultimi tempi a configurarsi forse come un fenomeno nuovo; e questo, anche nella misura in cui assistiamo in parallelo a un aumento delle diagnosi di disturbi afferenti alla sfera psy, e/o a un aumento della preoccupazione sociale e pubblica rispetto a questi temi. Questo fenomeno, quindi, non può fare altro che avere una serie di conseguenze su come concepiamo malattia e salute mentale – e allo stesso tempo, è esso stesso una conseguenza di come articoliamo questi concetti. La pervasività, anzi, l’ubiquità del gergo terapeutico è tale da portarmi ogni tanto a chiedermi: esiste, nel discorso sociale contemporaneo, una infelicità che non sia espressione di una patologia? È ancora possibile pensare al dolore, alla rabbia, alla caduta, alla frustrazione, al fallimento, alla stranezza, alla solitudine, alla divergenza, alla differenza senza ricondurre queste esperienze a un qualche tipo di malattia?
È da considerazioni collocabili in questo contesto che prende il via il libro del ricercatore indipendente Gioele Cima L’epoca della vulnerabilità (Piano B editore, 2024). Il delizioso, provocatorio sottotitolo è “Come la psicologia ha invaso le nostre vite”. Anche se considerassimo questa espressione –che, assieme a una certa verve polemica, percorre tutto il libro – eccessiva, dovremmo comunque accoglierla come una boccata d’aria fresca; e lo scrivo anche in ragione del lavoro che svolgo (psicoterapia e psicoanalisi). In effetti, il libro presenta un punto di vista in netta controtendenza nel discorso contemporaneo. Quest’ultimo tende infatti a schiacciare il tema della salute mentale su due poli estremi, riassumibili in due luoghi comuni: 1) “Una volta non c’era tutta questa attenzione rispetto alla salute mentale e stavamo bene, ci vorrebbe la leva obbligatoria, altro che!”; e 2) “Dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi verso il contenimento e la prevenzione della dilagante epidemia di disturbi che coinvolgono l’ambito della salute mentale”. Davanti a questa (falsa) scelta, Cima sceglie di percorrere una via diversa e chiedersi quali siano le basi – materiali, sociali, epistemologiche – dell’espansione del campo psy dagli ambiti tecnici e specialistici (scientifici, clinici) a quello della vita quotidiana e del linguaggio comune. Il libro ha in questo senso il grande merito di articolare le proprie tesi storicamente. Vengono ripercorse delle tappe chiave nell’evoluzione della psicologia e delle sue tendenze nel Novecento: dalla popolarizzazione del concetto di “stress” a partire dagli anni ’50 a opera di Selye, all’omologazione al mainstream della psicoanalisi, dalla creazione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico) a opera dell’associazione professionale degli psichiatri statunitensi, all’attuale moda della diagnosi psicotraumatologica.
Per meglio spiegare questa espansione – questa colonizzazione, potremmo quasi dire – Cima vara in uno dei primi capitoli una distinzione tra la psicologia in senso stretto e quella che lui definisce l’attuale cultura terapeutica, una definizione appropriata e interessante e che merita d’essere approfondita: analizziamone entrambi i termini. In primo luogo, “cultura” riflette la disponibilità delle riflessioni psy a penetrare qualsiasi aspetto della vita. Dopotutto, qual è l’oggetto di studio attuale della psicologia? Risponderci “la psiche”, anche se lapalissiano, non basta e ci proietta in una catena potenzialmente infinita di domande (di cui la prima è “Cos’è la psiche?”), tutte di difficile articolazione e ancora più elusiva risposta. La Treccani ci informa che la psicologia è la “scienza che studia i processi psichici, coscienti e inconsci, cognitivi (percezione, attenzione, memoria, linguaggio, pensiero ecc.) e dinamici (emozioni, motivazioni, personalità ecc.)”. Risulta quasi più fertile chiedersi cosa non rientri nel campo d’indagine della psicologia: anche se si tratta di una affermazione semplicistica, potremmo dire che praticamente ogni aspetto della vita umana è mediato, influenzato, esperito, determinato, intralciato, attraversato da un qualche processo psichico come definito poche righe più su. Se siete tanto sfortunati da frequentare un tipico profilo social di qualche psicoterapeuta, ve ne sarete accorti: i contenuti dei reels si espandono a macchia d’olio a proposito di qualsiasi argomento. Probabilmente si parla di clinica, certo, ma non sarà difficile scoprire analisi di film e serie, recensioni di libri, commenti su tendenze d’attualità e fatti di cronaca, e soprattutto minuziose disamine di quelli che forse ignoravamo essere importantissimi aspetti “psicopatologici della vita quotidiana”: dall’ansia che si prova prima di partire per un viaggio agli aspetti cui fare attenzione durante i primi appuntamenti passando per i consigli a proposito dei regali di Natale, nulla si sottrae allo sguardo indagatore dello psicologo. Cosa che in sé, forse, non ci dovrebbe scandalizzare; il problema è che a questo sguardo se ne accompagna di solito anche la voce, la presa di posizione, e questa specie di vivace, universale curiosità si tramuta quasi immancabilmente nella triste (e diciamocelo, arrogante) necessità sentita dallo psy di pontificare a proposito di ogni cosa. La psicologia contemporanea, in fondo, si presenta culturalmente come una tuttologia. Tale tuttologia di solito trova la propria giustificazione nell’idea della cura, della tutela totalizzante della salute mentale, celando quindi la propria arroganza dietro un velo di empatia.
In effetti, è appropriato definire l’attuale “cultura” psicologica come “terapeutica” – ed ecco il secondo termine che compone l’espressione cultura terapeutica – in quanto tende ad essere fortemente prescrittiva: “una prassi che ci dice come dovremmo condurre le nostre vite” (p.16). Nello specifico, Cima sostiene che il discorso sociale contemporaneo concepisce l’individuo come strutturalmente vulnerabile, universalmente esposto alla sofferenza e alla patologia; da qui, la necessità generalizzata della prescrizione di un rimedio. Una prescrizione magari empatica, accorata, e soprattutto attenta alla sofferenza di ciascuno: ma comunque partecipe dell’idea che, in fondo, chiunque necessiti di cura. Non di qualcos’altro: specificamente di cura. Un’idea particolarmente diffusa, specie nei giovani, che di solito la articolano con sensibilità, attenzione e buona fede. È, in fondo, alla base di quanto mi dicono anche certi parenti e amici commentando il mio lavoro: “Farebbe bene a tutti andare dallo psicologo!”. Affermazione alla quale tendo a ribattere “Anche no”: specialmente nell’attuale momento storico, in cui tendiamo a considerare compito del professionista psy l’estinzione integrale delle nostre sofferenze.
Siamo sicuri, per esempio, che a una persona in ansia per la propria situazione lavorativa precaria serva di più uno psicoterapeuta che un sindacato combattivo? La mindfulness invece che un salario dignitoso? Davvero è opportuno sostenere che, per una persona sottoposta a discriminazione o emarginazione, un percorso di sostegno psicologico sia altrettanto (o più) importante di un processo di emancipazione? Idealmente, è chiaro come una cosa non escluda l’altra; ma nella società in cui viviamo è molto più facile che, a una lettura sociale e politica, venga preferita esclusivamente (o quasi) la strada che inquadra il disagio e la sofferenza come espressioni di un funzionamento individuale a vario titolo patologico. Il rischio nel sovrastimare la componente patologica della sofferenza generalizzata è quello di patologizzare il disagio e, con esso, il dissenso.
Si potrebbe obiettare che, nel sostenere queste tesi, si rischi di gettare il bambino assieme all’acqua sporca: non potrebbe essere che, semplicemente, la nostra società abbia affinato gli strumenti per rilevare condizioni patologiche prima ignorate? Cima è netto su questo punto: la cultura terapeutica esce dal campo dell’indagine specialistica, e presentandosi come questione universale spinge le persone a considerarsi in qualche modo malate. “La cultura della vulnerabilità delocalizza la pratica terapeutica convenzionale, invitando l’individuo ad accogliere l’idea di essere malato saltando il passaggio fondamentale di qualsiasi etica clinica: essere ascoltati senza essere giudicati” (p.23). Un fenomeno ormai comune è quello in cui lo psy riceve per la prima volta un paziente e questi si presenta con un’etichetta patologica pret-a-porter, a volte un’autodiagnosi. “Cosa la porta qui?” “Sono DSA”, “Sono DOC”. E, come rileva giustamente l’autore, questo non è un aiuto all’intervento terapeutico. Un passaggio clinicamente fondamentale si trova a questo proposito all’inizio del libro, e lo trovo troppo bello per non citarlo interamente:
Spesso, i termini che utilizziamo non fungono da punto di partenza per la richiesta di aiuto – ciò che in gergo clinico si definisce “domanda” –, ma sortiscono invece l’effetto opposto, imponendosi come delle risposte universali che isolano ancora di più le persone nel loro disagio. La società odierna lascia circolare l’implicito messaggio che dare un nome ai propri sintomi sia sufficiente per gestirli, ma dimentica di dirci che disporre di un vocabolario per identificare le proprie esperienze è utile solo se lo si intende come un mezzo, invece di un fine. La parola dovrebbe favorire l’intervento, non sostituirlo (p.15)
O, se preferiamo: la parola è fondamentale, e spesso è tutto ciò di cui disponiamo davvero in una terapia. Ma il punto è l’apertura che essa può dischiudere, l’inaspettato che tramite la parola si può generare nel discorso, la verità a cui essa può alludere tra le righe. Nella contemporaneità, invece, una parola è più spesso una specie di feticcio dotato del potere di chiudere un discorso, non di aprirlo: allo stesso tempo una gabbia e un indice (esattamente come un hashtag: #guarigione), identifica senza rimandare a nulla. La parola – la tecnica, la diagnosi, l’etichetta o ricetta universale – tenta di lenire il nostro dolore dandoci l’illusione temporanea di poterlo contenere, di poterlo spiegare, rinchiudendolo in una stretta cornice di senso che ne prevenga la diffusione; quantomeno, fino al suo prossimo scacco, ed alla nostra conseguente ricerca di un’ulteriore moda terapeutica, di un altro reel che pacifichi le nostre angosce, di un nuovo approccio clinico che prometta una rinnovata efficacia… in un ciclo potenzialmente infinito.

