Lockdown permanente. La via d’uscita che non prenderemo

di Livio Cerneca

Un raffreddore sta al cancro come la pandemia sta alla crisi ambientale e climatica. Tutti i termini di questa proporzione sono di ordine scientifico.

La pandemia di Covid-19 è stato un evento eccezionale che ha richiesto misure straordinarie; abbiamo accettato limitazioni dei diritti e della libertà perché i governi ci rassicuravano che si trattava di protocolli richiesti dalle evidenze scientifiche. I protocolli erano spesso applicati con perversa creatività, ma ci veniva spiegato che era necessario, perché i dati scientifici stavano lì a dimostrare quanto la situazione fosse seria, e seria lo era davvero.

Ma la scienza afferma anche, con dati altrettanto solidi e da ben prima della pandemia, che il pianeta non riesce più a sostenere le nostre abitudini e che bisogna immediatamente cambiare l’assetto economico, produttivo, energetico, culturale e sociale per cercare di scongiurare o, almeno, frenare gli imprevedibili e violenti mutamenti della biosfera, al cui confronto la pandemia sembrerà una banale infreddatura, un’unghia incarnita, un ginocchio sbucciato.

E qui, improvvisamente, la scienza non conta più niente. I piani politici internazionali non contemplano interventi radicali di massima urgenza, impopolari anche, per contenere un’onda d’urto che in pochi decenni trasformerà il nostro habitat fino a renderlo inospitale per noi e molte altre specie viventi.

Per proteggerci dal virus non ci sono state esitazioni: ci siamo ritrovati da un giorno all’altro in una realtà indistinguibile dal sogno, e abbiamo dovuto farcene una ragione, altrimenti ci arrivava una randellata in testa: dovevamo fidarci della scienza, e lo abbiamo fatto. Chi più di buon grado, chi meno, ma ci siamo adattati.

La sopravvivenza del genere umano non deve evidentemente avere la stessa importanza, non è tra le priorità, perché nessun provvedimento estremo è stato annunciato, anche se la scienza è ugualmente perentoria in proposito.

Così, possiamo liberamente continuare a bruciare combustibili fossili, e anzi, ne incrementiamo l’estrazione; insistiamo nella produzione di plastica e altri materiali sintetici e tossici ormai entrati nella catena alimentare; procediamo spediti nella deforestazione di aree vaste come intere nazioni; macelliamo miliardi di animali da allevamento e selvatici; consentiamo un uso indiscriminato di sostanze dannose per noi, per gli altri viventi, per il terreno, per l’aria e il mare; l’acqua potabile scarseggia e noi accettiamo che venga imbottigliata e venduta; non blocchiamo la realizzazione di oggetti e servizi superflui che però richiedono grandi quantità di energia nonché sperpero di risorse naturali e lavoro che potrebbero essere invece impiegati a beneficio della comunità.

Ci siamo affidati docilmente alla scienza per risolvere un problema grave, ma la ignoriamo ora che dobbiamo affrontarne uno che ci sarà fatale.

Non facciamoci illusioni, la destinazione è ormai segnata. Possiamo però decidere come vogliamo arrivarci:

con un percorso volontario, rapido ma graduale, pilotato, in cui imbocchiamo una strada di inevitabili ma sopportabili rinunce, e il recupero – o l’invenzione – di uno stile essenziale, sobrio, dove sono richieste più manualità e meno elettricità, meno apparenza e più funzionalità, più verdure e cereali e molta meno carne;

oppure, presi alla sprovvista, ci arriverà di punto in bianco addosso un’imposizione, un ordine categorico, e ci troveremo bruscamente alla mercé di scelte avventate dettate dal panico, all’ultimo minuto, senza più margini di manovra, nel caos, increduli, rabbiosi e impotenti.

Se intendiamo perseguire la prima e più vantaggiosa possibilità, quel che ci serve è un altro lockdown, stavolta però permanente e senza limitazioni alla mobilità delle persone, un blocco totale e definitivo dei processi produttivi superflui accompagnato dalla completa revisione di quelli che invece sono indispensabili.

A monte di questa rivoluzione sta una profonda modifica della concezione di “lavoro”, perché il lavoro come noi oggi siamo abituati a pensarlo è la vera causa del danno ambientale e climatico: la produzione su vasta scala e il trasporto delle merci a grande distanza, la creazione di bisogni immaginari, la fornitura di servizi materiali o immateriali che serve solo a consolidare una catena di profitti sganciati dal reale valore della prestazione, lo spreco alimentare, l’immissione continua sul mercato di oggetti realizzati appositamente per diventare rifiuti.

Qualunque decisione prenderemo, ci aspetta prima di quel che possiamo immaginare un mondo diverso da quello in cui abbiamo vissuto finora. Dovremo accontentarci di possedere meno cose, di muoverci di più a piedi, con la bici e con mezzi collettivi, di tollerare le condizioni climatiche estive e invernali senza pretendere di ottenere sempre una temperatura ideale nelle nostre abitazioni. Sarà necessario ridurre tutto all’essenziale. Le tecnologie alimentate da energia elettrica saranno riservate solo alle attività più importanti, come la sanità, che dovrà essere esclusivamente pubblica, e a poche altre. Un testo come questo che state leggendo sarà disponibile solo su supporti analogici o attraverso una lettura ad alta voce rivolta a una platea di persone presenti sul posto.

Stravolgere tutto ciò che finora abbiamo dato per acquisito e definitivo può sembrare una follia. Ma se ci soffermiamo sul tipo di vita che conduciamo ogni giorno, su come impieghiamo il nostro tempo e sul senso delle lunghe ore che dedichiamo al lavoro, su ciò che possediamo e quel che invece davvero desideriamo, allora non è poi così facile stabilire con sicurezza quale, tra i due tipi di esistenza, sia quello più assurdo.

Informazioni su Livio Cerneca 28 Articoli
Trieste, 1965 - (La nota biografica minima sopra riportata potrebbe essere soggetta a lievi rettifiche nell'evenienza di inaspettate e disdicevoli circostanze)

2 Commenti

  1. Molto interessante, e urgente, la tua riflessione/provocazione Livio. Volevo chiederti due cose, due obiezioni costruttive

    1) Non ti pare che l’uso dell’espressione “La scienza”, dopo tutti i buchi nell’acqua proprio di questi due anni di covid, sia un po’ da approfondire? Chi è “La scienza”? Per esempio, quella dei vaccini covid e quella del cambiamento climatico sono la stessa scienza? Quella che a cavallo tra Otto e Novecento ha creato la teoria delle razze e l’ha diffusa in tutto l’Occidente e in tutta Europa come una teoria epistemologicamente valida e accettata, era già (o no) la stessa Scienza di cui parliamo oggi? Lo era la “scienza medica” che ha contemplato l’esistenza dei manicomi come luoghi di cura (fino all’80 in Italia, e a tutt’oggi in altre parti dell’Occidente)? In ogni caso capisco e condivido il senso del tuo paragone: le evidenze scientifiche che abbiamo sul cambiamento climatico sono veramente “oggettive” – diversamente da molte di quelle riguardanti i vaccini covid – penso solo al fatto che si è detto per mesi che oltre ad addolcire il decorso della malattia (cosa dimostrata)i vaccini limitavano “in modo apprezzabile” anche i contagi (cosa NON dimostrata, anzi); o ancora alle presunte “evidenze” con cui si è pompato mediaticamente sulle vaccinazioni pediatriche e nei giovani senza problemi di salute (smentite completamente per altro dall’ultimo rapporto ISS sugli esiti delle vaccinazioni pediatriche), il tutto ignorando tranquillamente i dati provenienti dagli USA – scientifici e statisticamente accertati – sulla alta correlazione tra vaccini e miocarditi nei bambini e nei giovani adulti in particolare. In sostanza: NON RISCHIAMO DI CONFONDERE “LA SCIENZA” CON LE SCELTE POLITICHE (PARTICOLARISSIME) CHE SI AUTORIZZANO ATTRAVERSO DI ESSA? In questo senso il tuo paragone è perfettamente calzante, perché mostra che evidenze minori hanno potuto portare a scelte estremamente drastiche (ma lo fanno SOLO laddove ciò convenga a chi ci governa). Infatti nel dramma del climate change i ricchi sono sicuri che in qualche modo riusciranno a sopravvivere, e anzi, non fanno e non faranno niente per impedirlo (salvo imporre strette repressive al malcontento popolare), perché una diminuzione progressiva della popolazione mondiale (in prospettiva) è per loro l’unico modo di restare in sella.
    2) Ed è proprio per questo che onestamente ho difficoltà a digerire l’idea che i sacrifici per il clima vadano fatti da tutti allo stesso modo. Anche qui, sono d’accordissimo con l’idea di fondo (sono un decrescista convinto e gioioso), ma trovo che dovrebbero essere i ricchi a fare questi sacrifici, non i poveri; che dovrebbero essere quelli che hanno prodotto più inquinamento a essere espropriati di risorse da redistribuire per far sopportare meglio ai poveri l’ennesima tornata di rinunce e privazioni; e infine trovo che dovrebbero essere i paesi che hanno più inquinato negli ultimi due secoli i primi a farsi da parte, i primi a rinunciare alla lotta per il primato economico mondiale. Perché è ovvio che i paesi in via di sviluppo, in questo momento storico, non hanno la minima voglia di “limitarsi”. Loro hanno appena iniziato a inquinare forte come “noi” facciamo da due secoli… e non possono che trovare sleale l’idea che ora ci limitiamo tutti allo stesso modo…

  2. Caro Andrea, grazie per il commento. Il mio punto di vista è il seguente:

    1) Per “scienza” intendo le pratiche che utilizzano il metodo scientifico, cioè la combinazione di osservazioni, sperimentazioni, misure e verifiche. Quando non riesce più a convalidare i propri risultati, la scienza li rimette in discussione e comincia di nuovo a osservare, sperimentare, misurare e verificare. Tutto ciò non avviene in maniera indolore e rapida, e prima di consolidare le conoscenze possono passare periodi lunghi in cui, all’interno della comunità scientifica, si svolgono dibattiti anche feroci. Perciò, secondo me sì, la scienza che ha prodotto i vaccini e quella che ci mette in guardia sui cambiamenti climatici è la stessa. Solo che nel primo caso è subito stata ascoltata, nel secondo viene completamente ignorata. La ragione è che la politica non è mai lungimirante, non valuta le prospettive future, ma gestisce l’immediato, tappa i buchi, agisce all’ultimo minuto o decisamente in ritardo.

    2) Non nutro grandi speranze sulla realizzazione dell’uguaglianza o, almeno, di una maggiore equità, sia essa tra individui o tra nazioni: la natura umana non è compatibile con questa nobile aspirazione. Non solo ci sono alcuni uomini che hanno come modello esistenziale la sopraffazione, il possesso e il dominio, ma la rimanente maggioranza è ben lieta di farsi calpestare, sfruttare e derubare.
    Se davvero decidessimo globalmente di adottare uno stile di vita più modesto e meno energivoro, dove il lavoro sarebbe un mezzo di sussistenza individuale e non lo strumento per arricchire un’élite, vorrebbe dire aver raggiunto un grado di consapevolezza mai visto prima nella storia, e anche se le rinunce non sarebbero proprio equamente distribuite, assisteremmo comunque a un cambiamento straordinario. Ma ho fondati motivi di credere che non accadrà, per cui non mi preoccupo più di tanto. Come ho scritto nell’articolo, la direzione è obbligata: fra non molto dovremo rinunciare a tante comodità che pensavamo fossero garantite per sempre. Rinunciare con consapevolezza, oppure essere costretti a farlo con le cattive, questa è la grande differenza.

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  1. Confinamiento permanente. La salida que no tomaremos. – A este lado del Mediterráneo

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