Loop andante #1

RACCONTI

di Mara Vidon

Insomma, Michele era uscito dalla comunità di recupero per tossicomanici e dopo meno di un anno era di nuovo in via Roma a farsi le pere.

Michele era di Udine come me e quando eravamo ancora drogati ci si salutava sempre da lontano durante le code al Sert per aspettare il metadone, poi un giorno mi sono risvegliata in comunità e non so come, anche lui era lì. Il nostro rapporto in quei due anni di permanenza cambiò: all’inizio c’eravamo snobbati, poi c’eravamo innamorati e adesso si tentava di essere amici.

Era uscito un paio di mesi dopo di me e si era reinserito nella società grazie a una borsa lavoro stipendiata per seicento euro al mese in una fabbrica di cioccolata a Gorizia, un Willie Wonka ripulito. Era divertente immaginarlo con il frac porpora che andava al lavoro.

Ho sempre pensato che Michele a prima vista non fosse un brutto ragazzo, solo che non era molto sveglio e non ho mai scoperto se lui se ne rendesse conto. Forse a lui le benzodiazepine avevano per davvero bruciato il cervello.

Dunque, sembrava che le cose si fossero aggiustate, ma era colla scadente a tenerle assieme. Mi faceva di continuo tanti bei discorsi, diceva che la vita è una, anche se poi, quando gli chiedevo come stessero andando gli studi per la patente, rispondeva che non aveva voglia di mettercisi, che i pomeriggi dopo il lavoro preferiva passarli a disimpegnarsi dalla vita. Così aveva ricominciato a protrarsi inerte nel tempo e nello spazio, fluttuando tra alti e bassi, usi e disusi, lamentandosi che la paga era misera e l’affitto caro anche se, probabilmente, erano ben altre le mancanze a cui avrebbe dovuto sopperire con i soldi che non aveva.

In quel periodo io stavo a Udine e avevo da poco iniziato a lavorare in un vivaio in periferia. Gli telefonavo mensilmente per sapere come stesse andando e, proprio durante una di queste chiamate, gli dissi che da noi stavano cercando dei giardinieri e che, se fosse stato interessato, avrei potuto mettere una buona parola.

“Certo che mi interessa!”, squillava la sua voce dai buchi del cellulare, “Potrei tornare a Udine dai miei per un po’, mettere via qualche soldo… E poi… E poi vediamo dai…”

“Sicuro? Guarda di non farmi fare figure di merda!”, dissi, sapendo già che non ce l’avrebbe fatta, ma era una sensazione troppo potente quella di sentirsi buoni.

“Ma si vedrai che poi mi ripiglio, adesso è un periodo, dai chiedi che poi mi fai sapere.”  Le parole gli uscivano toniche di entusiasmo ma temevo che in testa si stesse già facendo i conti del tossico.

Quindici giorni dopo si era trasferito dai suoi che, seppur preoccupati dal rientro a casa del figlio nella città in cui aveva mosso i primi passi verso la tossicodipendenza, lo riaccolsero. Era fatta, lavoravamo assieme.

Un giorno alla volta vedevo lo stravolgimento delle facce di Michele superare nuovi livelli, certo potevano essere espressioni di stanchezza, dopotutto il lavoro era faticoso e anche io i primi tempi li avevo passati sbavando nelle pause. Però sapevo che non era stanchezza, erano i buchi delle benzodiazepine che si facevano ogni giorno più neri. Buchi nelle braccia, buchi di memoria, buchi di irrealtà. Una mattina lo trovai in un tunnel di arbusti, mentre teneva un monologo sulla zappatura e tentava di farsi su una sigaretta senza successo. Era assente e non rispondeva agli input di conversazione, tra gli aceri e gli ibischi la sua mente vagava nirvanica.

Due ore dopo si ritrovò nell’ufficio della direzione ad ascoltare le parole magiche che lo riportarono alla realtà: “Sei lento, non possiamo tenerti.”, una forma politically correct che stava a sottintendere un malcelato: “Ma di che ti fai? Qui drogati non ne vogliamo!”

Uscì da quella porta inveendo contro il padrone e contro il mondo che non capisce un cazzo. Allora lo spinsi in auto e cercai di sedare la sua irrazionalità:

“Meglio così!”, gli dicevo, cercando di rassicurarlo, “Adesso sei libero, non vergognarti, non hai fallito, torna in comunità!”

In quel momento non ridevo apertamente ma la mia anima era divertita dal fatto di essere più forte e che potessi continuare a recitare il ruolo di quella che lo aiutava. Lui era bianco in faccia, aveva delle occhiaie marcate e la voce fatta, grossa e pesante:

“Ma Atena, la vita è una! Io non la passerò in comunità… Loro vogliono che vada a San Patrignano… Io voglio studiare, voglio viaggiare, avere dei rapporti veri con le persone, la vita è una, la vita è una, la vita è una…”

Continuava a ripetere in loop quella frase, quando agli occhi del mondo era evidente che non avrebbe avuto le forze per aggrapparsi a quella volontà, fatta solo di parole. Uscì dall’auto. Si fece vivo due ore dopo, aveva fatto scorta. Il mese seguente aveva già ripreso la sua storica postazione in via Roma, come se due anni di comunità e una cura per l’epatite non fossero mai esistiti.

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