Nietzsche a Udine: il Friuli non ringrazia e non perdona

di Davide Pellegrini

Il problema dell’altra origine del “buono”, del buono come lo ha concepito l’uomo del ressentiment, esige la sua risoluzione.  Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che non v’è in ciò alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini. E se gli agnelli si vanno dicendo fra loro: “Questi rapaci sono malvagi; e chi è il meno possibile uccello rapace, anzi il suo opposto, un agnello non dovrebbe forse essere buono?” su questa maniera di erigere un ideale non ci sarebbe nulla da ridire, salvo il fatto che gli uccelli rapaci guarderanno a tutto ciò con un certo scherno e si diranno forse: “Con loro non ce l’abbiamo affatto, noi, con questi buoni agnelli; addirittura li amiamo: nulla è più saporito di un tenero agnello.”

(Friedrich Nietzsche)

Doman / no è una peraula / doman / a è la sperança / no vin che jê / doprìnla / fasìnla deventâ / mans / voî e rabia / e i vinçarin la poura

(“domani / non è una parola / domani / è la speranza / non abbiamo che lei / usiamola / facciamola diventare mani / occhi e rabbia / e vinceremo la paura”)

(Leo Zanier)

6 maggio 1976, ore 21:00:12, in Friuli la terra trema. “Si è sveât l’Orcolat” (si è svegliato l’Orcolat): così si disse, evocando un’antica leggenda.

Secondo la mitologia giapponese, all’origine dei terremoti ci sarebbe l’enorme pesce gatto Namazu; il popolo Mapuche indica come responsabili i due serpenti Cai-cai e Treng-treng; nel poema epico indiano Rāmāyana sono quattro elefanti a muovere il ventre del mondo, sbattendo testardamente il capo.

Nelle terre un tempo soggette al patriarca di Aquileia, invece, si racconta di un essere enorme e rozzo, metà uomo e metà orco, che agitandosi farebbe tremare montagne e case, risvegliando la paura negli uomini. Il 6 maggio di cinquant’anni fa questo mostro, l’Orcolat, decise di destarsi nuovamente, interrompendo la monotona vita di provincia, così come la rotazione del vinile di Wish you were here dei Pink Floyd, che un ignaro ragazzo udinese stava piratando tramite un mangiacassette Philips.

Mio padre, che di cassette ne avrebbe piratate poi a centinaia, all’epoca aveva dieci anni. Nei suoi racconti, sempre sobri, non ha mai insistito sulle novecento novanta vittime o sulla distruzione di interi centri abitati, come il borgo medievale di Gemona del Friuli. Piuttosto, ricorda sempre – con un sorriso appena accennato – un dettaglio divenuto memorabile: l’improvvisa cancellazione dell’esame di quinta elementare, che quell’anno, in via eccezionale, non si tenne.

Mi sono soffermato su quel sorriso, per me sorprendente, perché chi ha avuto a che fare con la gente del Friuli conosce le caratteristiche di questo popolo, il cui spirito fatalista è ben riassunto dal proverbio “La sperançe je il rimiedi dai disperâs” (la speranza è il rimedio dei disperati), un’affermazione che sembra capovolgere il senso del celebre motto che chiude il saggio di Benjamin sulle Affinità elettive di Goethe (“Nur um der Hoffnungslosen willen ist uns die Hoffnung gegeben”). Crescere nel profondo Friuli significa infatti interiorizzare un senso diffuso di sconfitta –  quasi un pessimismo cosmico – sedimentato nella memoria collettiva delle classi subalterne.

In questo contesto, umiltà, senso di rinuncia e sacrificio (mascherati spesso da etica del lavoro) si sono cristallizzati come tratti quasi stereotipici dell’identità friulana.  La genealogia di questi valori va però ricercata all’interno di determinati rapporti sociali e di forza. Insomma, nel tempo i parons (“padroni”, ma anche “proprietari” e “signori”) hanno instillato nei sotans (“servi”, ma anche “umili”) quella che Nietzsche avrebbe definito una morale del ressentiment: una forma di profondo senso di impotenza e rassegnazione, che in Friuli sembra essersi consolidata anche attraverso il trauma del terremoto del 1976. Così, chi è stato sconfitto ha finito per nobilitare apparenti debolezze come virtù, trasformandole in un senso comune che si è andato radicando nella cultura friulana. Non a caso, la formula che più ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, rilanciata nel cinquantennale del terremoto, è quella apparsa su di un muro crollato qualche tempo dopo il sisma: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”.

Il messaggio (demo)cristiano afferma che gli ultimi saranno i primi, ma questa, come ci insegna Nietzsche, è una morale inventata dagli ultimi, da chi ha perso, è schiacciato, è sconfitto, e finisce per elevare a valori proprio i motivi della sconfitta. Questa è la genesi della “morale friulana”: un capovolgimento di valori in cui l’affermazione di sé lascia il posto all’esaltazione di umiltà, sacrificio e rinuncia. Il ressentiment è proprio questo: ci si risente per non essere grandi e potenti, esaltando, in reazione, la debolezza e l’umiltà. Ha così preso forma una figura tipica: quella del “friulano” rassegnato che vive la sua esistenza a capo chino, votato al lavoro e alla fatica, poco incline al lamento, disposto ad accettare le ingiustizie, che trova sfogo unicamente nella dimensione apolitica dell’osteria. Col tempo, questa immagine si è trasformata in un’autorappresentazione condivisa che, come tutte le etichette, finisce per essere rassicurante: offre un’identità stabile, ma al prezzo di una convinzione implicita che nulla, in fondo, possa davvero cambiare e che proprio per questo sia necessario obbedire al potente di turno.

Uno dei canali di diffusione di questo dispositivo discorsivo è stata la Chiesa. “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese” dichiarava programmaticamente il 12 maggio 1976, a pochi giorni dal sisma, Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, una figura che sembra richiamare da vicino quella del “prete asceta” descritta da Nietzsche nella terza dissertazione della Genealogia della morale. Si tratta dell’emblema di quella religione capace di compiere un’operazione decisiva: far sì che il ressentiment del sofferente non si rivolga verso l’esterno, ma ripieghi su se stesso:

“In realtà difende abbastanza bene il suo gregge malato, questo strano pastore – lo difende anche contro se stesso […]; egli si batte con intelligenza, durezza e segretezza contro l’anarchia e contro l’autodissoluzione sempre in procinto di nascere nel gregge, nel quale continua ad accumularsi sempre di più quel pericolosissimo materiale esplosivo e dirompente che è il ressentiment. Disinnescare questo esplosivo, evitando che faccia saltare in aria il pastore o il gregge, questo è il suo vero capolavoro e anche la sua massima utilità: se si volesse racchiudere in una formula estremamente succinta il valore della esistenza sacerdotale, si dovrebbe dire senz’altro: il sacerdote è il modificatore di rotta del ressentiment.”

Non sorprende, dunque, che tra gli eventi organizzati per ricordare il cinquantesimo anniversario del terremoto, il principale sia stato la messa officiata dal Cardinale Zuppi, tenutasi in un’arena costruita per l’occasione nell’area della caserma Goi-Pantana di Gemona del Friuli. “Quindicimila posti tra quelli in piedi, i seimila e ottocento a terra e i circa quattromila sulle due tribune. Tirate su in meno di 24 ore”, ci tiene a specificare la RAI regionale, cercando l’approvazione del suo pubblico tramite il linguaggio neoliberale del sacrificio e del lavoro, l’unico capace di fare breccia nei cuori freddi dei friulani.

Soggettività in rivolta: esperienze di autonomia nella storia friulana

Abbiamo visto come il sisma del 6 maggio 1976 possa essere interpretato come tappa fondamentale di un processo di “soggettivazione” nel senso foucaultiano del termine: un insieme di pratiche attraverso cui viene costruita “un’identità, la nostra identità di soggetti” (Foucault, L’ermeneutica del soggetto, 2003). Il Potere, ça va sans dire, tenta costantemente di intercettare e orientare questo processo, di trasformarlo cioè in assoggettamento. Per sottrarsi a tale sequestro, il soggetto deve opporre resistenza: una lotta che si configura come diritto alla differenza e al cambiamento (Deleuze, La soggettivazione. Corso su Michel Foucault 1985-1986, 2020).

La questione è se siano esistiti, tra le genti del Friuli, dei soggetti resistenti, dei “barbari” interni all’impero, dei disertori. Del resto, non sono già presenti nelle pieghe della quotidianità? Ad esempio nel ragazzo che a diciotto anni duplicava clandestinamente quel vinile dei Pink Floyd per portarlo sempre con sé su musicassetta, o magari per condividerlo con un amico che non poteva permetterselo? Non è forse questa una tattica di sottrazione e condivisione che apre spazi di autonomia e possibilità? Viene da chiedersi cosa avrebbero da dire Hakim Bey e gli altri pionieri della cybercultura di fronte a queste forme di micro-resistenza. Dopo il terremoto, nella situazione di temporaneo vuoto istituzionale, queste dinamiche trovarono ulteriori spazi di espressione. Le comunità locali, infatti, attivarono immediatamente forme di autorganizzazione capaci di funzionare al di fuori dei canali istituzionali. Accanto agli aiuti statali – spesso lenti, talvolta in ritardo di settimane – si svilupparono reti di solidarietà rapide ed efficaci: spedizioni mirate che si muovevano lungo i legami degli emigrati e dei loro contatti all’estero. A queste si aggiunsero i volontari, talvolta organizzati (dagli scout a Lotta Continua), altre volte mossi da iniziative spontanee e relazioni personali, come avvenne nella tendopoli di Godo (Gemona del Friuli), la cui esperienza è stata analizzata da Igor Londero e recentemente ripubblicata. Si trattava di un’autorganizzazione determinata e animata dalla volontà di rivendicare diritti e riconoscimento. Altro che ringraziare i padroni democristiani: alcuni gruppi si spinsero fino a Palazzo Chigi e vennero per questo manganellati. Un articolo di Repubblica del 7 marzo 1978 riportò una breve cronaca dei fatti:

“Sono arrivati in settanta dal Friuli, viaggiando in pullman tutta la notte. Sono andati davanti a Palazzo Chigi, volevano dieci minuti di colloquio con Andreotti, volevano dirgli che sono esasperati, volevano esporgli problemi da poveri terremotati, ma hanno sbagliato i tempi. Così gli hanno mandato addosso la polizia, li hanno caricati sulle camionette e tenuti prigionieri in uno stanzone per due ore. I friulani per tutta risposta hanno intonato i cori della loro terra le “villotte” disperate che narrano il loro dolore.”

Dunque, le genti del Friuli non hanno sempre chinato la testa, o almeno, non tutte. Qualche volta, forse con più frequenza di quanto ci hanno convinto, sono riuscite invece ad autodeterminare la propria esistenza facendo emergere una nuova soggettività apparentemente inedita. “Apparentemente” perché si potrebbe azzardarne una genealogia risalendo almeno al 27 febbraio 1511, giorno della rivolta del Giovedì Grasso – la Crudel zobia grassa, nel volgare tosco-veneto usato dal cronista Gregorio Amaseo -, considerata una delle più violente dell’Italia rinascimentale. In quell’occasione, gruppi di contadini (auto)organizzati in bande assaltarono e incendiarono castelli e dimore nobiliari in tutto il Friuli veneto. Molti membri delle famiglie più in vista (della Torre, Colloredo, della Frattina, Soldonieri, Gorgo, Bertolini e altre) furono trucidati, i loro cadaveri furono spogliati e abbandonati per le vie di Udine, quando non lasciati in pasto ai cani o trascinati nel fango e poi gettati in prossimità dei cimiteri. I rivoltosi indossarono poi gli abiti dei nobili inscenando una mascherata tanto macabra quanto simbolicamente liberatoria. In seguito a questo exploit iniziale di rabbia popolare, lo stabilirsi di una successiva alleanza tra i ceti popolari e la fazione guidata dai Savorgnan, sostituita poi dal governo veneziano, può essere letto come una tattica campista che produsse effetti concreti. La nuova legittimazione acquisita dalla popolazione friulana contribuì infatti a canalizzare le istanze provenienti dal contado, e portò alla creazione dell’istituto della “Contadinanza” – organismo rappresentativo eletto dai contadini per difendere i propri interessi – ridefinendo così in maniera creativa e inedita le dinamiche del potere locale.

L’insurrezione udinese rientra, semplificando, nella categoria storica delle jacqueries: un termine con cui si indicano le rivolte popolari che attraversarono l’Europa nel periodo compreso tra la tarda epoca medievale e l’inizio dell’età moderna, coinvolgendo anche il Nord-Est italiano, dal Trentino fino a Udine. Più che di movimenti strutturati, si trattò di veri e propri spasmi della storia: esplosioni spontanee di conflitto che si opponevano, in modo informe, ai processi di accumulazione originaria, come osservava già Engels. In questo senso, possono essere forse lette come forme di resistenza anticapitalista ante litteram, primi sussulti di quella che solo più tardi sarebbe stata riconosciuta come lotta di classe. Non ne derivarono rivendicazioni politiche articolate, né esisteva un’organizzazione stabile capace di dare continuità a queste sollevazioni. Erano piuttosto momenti di emersione autonoma del conflitto, frammenti di una storia marginale che raramente trova spazio nella narrazione ufficiale. Queste rivolte si intrecciarono – nel caso udinese anticipandole – con le tensioni dell’epoca, dalle riforme religiose alle guerre che ne seguirono, contribuendo a generare un clima di profonda instabilità. Ne scaturì un fermento diffuso che, pur privo di un progetto unitario, finì per mettere in discussione gli equilibri del potere religioso e imperiale, incendiando l’intera Europa nel corso del Cinquecento.

Epilogo: jacqueries, terremoti e trasvalutazione dei valori

A oltre cinquecento anni di distanza, il 14 ottobre 2025, durante il corteo contro la partita della vergogna Italia-Israele, qualcosa che ricorda una jacquerie sembra essere tornato a Udine. C’è chi – come il veneziano collettivo Sumud – ha notato come le tensioni emerse durante il movimento “blocchiamo tutto” abbiano assunto tratti simili a una ripresa di quelle rivolte: certo, con un’intensità e una portata incomparabilmente minori, ma con la capacità di riprodurne alcune caratteristiche essenziali. Le mobilitazioni che hanno segnato diverse giornate di lotta in varie città italiane (oltre a Udine, certamente Milano e Bologna, ma non solo) non hanno generato, in effetti, rivendicazioni politiche strutturate né piattaforme condivise. Sono state espressione, piuttosto, di una diffusa indisponibilità a lasciarsi governare, nonché di un istinto elementare di sopravvivenza in un mondo in cui gli stermini vengono trasmessi in diretta. In questo quadro, lo scontro con la polizia non deve essere interpretato tanto come uno strumento tattico, ma come manifestazione immediata di rifiuto e ostilità verso l’ordine esistente. Resistere alle cariche dei celerini e tirare sassi ai giornalisti non corrisponde ad altro che all’odio per questo sistema e alla gioia di vederlo bruciare. Si è così prodotta un’eccedenza di pratiche di piazza che non trova un corrispettivo nei linguaggi, negli slogan o nei programmi politici di chi ha tentato di rappresentare o guidare quelle mobilitazioni. Ne sono derivate situazioni di conflitto urbano reale, non pacificato, che sfuggono alle forme codificate – quando non direttamente concordate – dei cortei tradizionali. Quest’eccedenza è nata nell’attivazione di soggetti che non si riconoscevano nei linguaggi militanti, che non condividevano un lessico comune e che restano difficili da identificare.  Una moltitudine “barbara” e meticcia – non certo un’anomalia, visto che il Friuli è sempre stato un crocevia di mondi culturali differenti – che, seppur temporaneamente, ha imposto una nuova lingua: la lingua della rivolta, una lingua che non mira a rappresentare o a mediare, ma che si esaurisce nell’azione stessa. Come accadeva, in forme certamente diverse, nelle insurrezioni popolari del Cinquecento.

Il 14 ottobre, insomma, in quell’Udine in fiamme, si è prodotta una forma di trasvalutazione dei valori, accompagnata dall’emergere di una soggettività nuova ma non inedita, caratterizzata da una rabbia che si rifiuta di neutralizzarsi in ressentiment. Questa trasvalutazione va ovviamente intesa nel suo senso nicciano, come capacità di riconoscere che la verità può in realtà rivelarsi una costruzione storica. Come ha profetizzato il filosofo tedesco:

“se la verità entra in lotta con una menzogna millenaria, ci saranno degli scuotimenti, dei terremoti, degli spostamenti di monti e di valli, quali mai nessuno ha sognato.” (Ecce Homo)

Il 14 ottobre 2025 in Friuli la terra ha tremato di nuovo, ed è stato bellissimo.

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