Noi ventenni, imprigionati fra retorica e indifferenza

di Francesco Bercic

È difficile rimanere in silenzio dopo aver letto la «lettera» di Sara Nocent ai ventenni, pubblicata su queste pagine, specie se, come nel mio caso, si fa parte della generazione chiamata in causa, e specie in un contesto come quello odierno. Non mi riferisco all’Ucraina e nemmeno alla pandemia; bensì alla mole di informazioni degli ultimi mesi che quella stessa generazione ha reso protagonista, perlopiù attraverso una fastidiosissima accondiscendenza, con cui i “giovani” venivano ritratti come le vittime per eccellenza. Prima di una pandemia, poi di una guerra.

Al di là dei casi limite, vorrei anzitutto esprimere una sensazione d’estraneità rispetto alla retorica mediatica; certo, la pandemia ha aggravato condizioni psicologiche già di per sé precarie e certo, le immagini della guerra spaventano chiunque. Ma ritengo che ci sia un divario enorme, di solito giustificato da ragioni tutt’altro che etiche, fra il racconto parossistico che spesso si tende a diffondere e la realtà giovanile, almeno la realtà particolare che sperimento ogni giorno. Al “poveri giovani”, sarebbe preferibile un’analisi schietta e sincera, magari scevra di ogni opportunismo.

La «lettera» mi ha dunque suscitato reazioni contraddittorie; perché da un lato quella retorica fa ormai parte della narrazione dominante, e dall’altra invece emergono questioni di tutt’altro tipo, d’altro carattere soprattutto: questioni reali, difficili da ignorare. Basta scavare pochissimo sotto la superficie infatti, per trovare un contesto realmente drammatico: che sembra però sempre più difficile da intercettare ignorando faciloneria e buonismo.

Una domanda riassume lo stato d’animo conflittuale di chi si muove nella realtà descritta da Sara: e io? Che ruolo svolge la mia persona, quanto la mia individualità è parte del processo storico che mi circonda? Come mi sento, io?

La crisi giovanile è anzitutto una crisi d’identità. La partecipazione entusiastica a movimenti ambientalisti, l’ecologismo radicale, oltre a un apprezzabile interesse nascondono un bisogno più profondo, l’idea che esista qualcosa per cui combattere, e che quell’idea possa (parzialmente) fondare la mia esistenza. Con la scomparsa del bipolarismo Urss-Usa sembrano affermarsi così, molto spesso al di fuori del panorama strettamente politico, nuovi ambiti in cui riconoscersi e nei quali credere.

Eppure, anche considerati questi casi, l’impressione è quella di un vuoto palpabile, un’inconsistenza che si manifesta – come scrive Sara – in indifferenza, disinteresse e diffidenza.
La risposta alla domanda identitaria scompare in un’atmosfera di depressione e, soprattutto, di sfiducia. Il contesto odierno tradisce sempre di più la convinzione che, in fondo, non ci sia nulla per cui valga la pena combattere; e dunque nulla che possa rappresentarmi, nessun’idea nella quale io possa riconoscermi.

Non è stata alcuna specifica congiuntura a determinare una tendenza sociale del genere; ma nemmeno concentrarsi sull’apparato economico, o su questioni meramente politiche, sembra risolvere o aiutare nella ricerca delle cause. Proprio perché alla radice c’è un atteggiamento intimo e interiore, una sensibilità personale che sfugge a ogni logica materiale, e che interroga invece ambiti per così dire umanistici. Il dibattito attorno al reddito di cittadinanza, per dirne una, intercetta le conseguenze di questa crisi, ma non può intingere alla sua natura più profonda, al disagio latente e psicologico che eccede la dimensione retributiva.

La mentalità si forgia in gran parte in relazione all’educazione, pertanto la scuola, o un certo tipo di approccio formativo, non può che diventare il fulcro di ogni interrogativo. Diventa perciò evidente che sia questo atteggiamento educativo a fondare la consapevolezza di una così radicale “inconsistenza”, e che sia dal riflesso d’un apparato ormai inerme che i “giovani” ereditano una mentalità siffatta. Tutto ciò s’intravede nella decadenza, di cui parla Sara, delle materie umanistiche, il loro stato impotente, la loro riduzione a conoscenze puramente formali. Mentre la “conoscenza” che dovrebbero offrire è una forma del vivere, la falsariga di un’emozione, siano esse un romanzo, un evento storico, una lingua.

La formazione ha perso il suo carattere umanistico, nella misura in cui non riesce più a relazionarsi con parole quali vocazione, personalità, struttura individuale; nella misura in cui non e-duca, non fa emergere negli studenti ciò che loro hanno già in potenza, le loro attitudini e le loro ambizioni, i loro limiti e le loro aspirazioni. La formazione non è più capace di appassionare, appunto far innamorare l’uomo d’una causa, d’un’idea che diventi parte stessa dell’identità, e che modelli un’esistenza.

La società contemporanea ha addirittura perso la possibilità di definire questo disagio, di trovare un linguaggio capace di esprimere l’inettitudine e la mediocrità; e così lentamente scivola nell’apatia, senza la possibilità di nominarla, beandosi di narrazioni caricaturali, accontentandosi d’un sorriso ipocrita.

(Ci si potrebbe infine chiedere: come ridare voce alle materie umanistiche? Come far fecondare il vasto sapere che mettono a disposizione? Insomma, da dove ripartire? Certo non è un’impresa semplice, specialmente se si parte da un contesto come quello finora tratteggiato. Mi affido perciò alle parole di Elias Canetti, tratte dalla sua autobiografia, come esempio d’una arte sottile, emotiva e imprescindibile: un’educazione che lo avrebbe portato a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1981.)

Il suo (Canetti parla del suo professore di storia delle medie, ndr) non era un insegnamento molto ortodosso, ma piuttosto un dono, l’elargizione di una ricchezza che aveva in sé. In storia eravamo arrivati agli Houenstaufen, e anziché date ci offriva personaggi. […] Io avvertivo come in lui si compisse quel processo di espansione a cui allora non sarei stato in grado di dare un nome, e tuttavia era lo stesso processo che avvertivo in me ancora a uno stadio aurorale.
(La lingua salvata, Elias Canetti, Adelphi, 1980)

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