di Orlando Fiore
Di seguito riportiamo due estratti dal diario che Orlando Fiore tenne tra il 1975 e il 1976 a Teheran, anni durante i quali esportava tappeti per conto della madre, Virginia Luparelli, proprietaria di un negozio d’antiquariato a Roma in via dei Coronari. I diari, insieme alle opere che realizzerà di ritorno dal suo viaggio in Iran, sono oggi al centro di un rinnovato interesse tra storici, critici e artisti, al seguito del loro ritrovamento avvenuto lo scorso anno. Per maggiori informazioni: associazioneorlandofiore.it
16 Novembre 1975 – Liturgia: dal greco, “luogo degli affari pubblici”.
Per determinare la qualità di un tappeto bisogna innanzitutto contare il numero di nodi per centimetro quadrato. Si solleva l’orlo per esaminarne il retro e, con l’aiuto di un righello e di una lente, si conta. Maggiore è il numero dei nodi, maggiore è la qualità del tappeto. Ho allenato l’occhio abbastanza da riconoscerne uno buono anche a prima vista: non avrei bisogno di inforcare gli occhiali e seguire tutta la procedura. Eppure alcuni gesti seguono una ritualità precisa, sono imprescindibili, costituiscono l’essenza stessa della trattativa.
Fare affari in Iran senza trattare è impensabile, sarebbe offensivo, come assistere alla messa senza segnarsi con la croce, inginocchiarsi e alzarsi quando tutti si alzano. I negozianti e i mercanti di tutta la Persia tengono che i clienti, oltre ai soldi, spendano un po’ del loro tempo, almeno quello necessario per dire: «Mi dispiace, è troppo caro. Facciamo la metà». Se hai fretta e accetti il primo prezzo che ti propongono rimangono sinceramente delusi. Non sparano prezzi maggiorati per fregarti: tutti sanno che il primo prezzo non è quello reale, eppure tutti — dal ciabattino al pescivendolo al carrozziere — seguono la stessa etichetta. Sono incredibili, davvero.
All’inizio il cerimoniale mi divertiva. Non ne capivo il senso, pensavo fosse un gioco riservato agli stranieri, e ci ridevo sopra: «Ma come, volete 10 toman per questi cetrioli? Nel prezzo avete incluso anche lo scherzo, non è vero? Facciamo che mi prendo in giro da solo, così mi fate lo sconto, va bene?» In tutta risposta iniziavano a prendersi gioco anche loro, e la cosa poteva andare avanti a lungo, anche a costo di spazientire gli altri in fila. Poi ho capito: fanno così perché vogliono fermarsi a parlare con te, vogliono conoscere i loro clienti.
La cosa ancora più sorprendente è che, se gli stai davvero simpatico — se torni spesso, se ti fermi a giocare e sai come prenderli, se li trovi in un giorno particolarmente buono, magari dopo una bella notizia — possono arrivare a venderti la merce in perdita. Ti fidelizzano, certo, ma non come fanno quei ruffiani dei mercanti italiani. Gli iraniani si affezionano sinceramente. Più che venderti la verdura, gli interessa che tu torni per passare un altro quarto d’ora insieme. Tanto sanno che i cetrioli, prima o poi, li compri.

I rapporti commerciali qui creano comunità. È per questo che lo scià teme tanto i bazar: teme il potere della loro unione. Geniacci del commercio, senza dubbio.
Un acquisto al banco della verdura può risolversi anche in poche battute:
— Vuoi un chilo di cetrioli? Dammi 10 rial, amico.
— Non scherzare, Bardya. Oggi ho la luna storta. 2 rial vanno più che bene per i tuoi cetrioli rinsecchiti.
— Mi dispiace che ti giri male oggi kooni, ma guarda che i miei cetrioli sono buoni. Ti vengo incontro: facciamo 6 rial?
— Eccotene 4 e lasciami stare.
— Va bene, accetto. Vedi che le cose iniziano già ad andarti meglio? Che Dio t’abbia in gloria, Orlando.
— Anche a te, maf. Ci vediamo dopo.
Se si ha fretta, la trattativa si accorcia (il venditore esperto capisce subito quando non hai tempo), ma il prezzo finale sarà più alto:
— Scusa, quanto li fai i cetrioli al chilo?
— 10.
— 3?
— Impossibile scendere sotto gli 8.
— 5?
— Dammi 7 per questa volta e non se ne parla più.
Per gli acquisti più importanti, invece — quelli che si fanno di rado — i tempi si dilatano e la cerimonia diventa seria. E quando dico seria intendo indispensabile: si beve insieme il tè.
Nel bazar gli oggetti non hanno lo stesso valore simbolico. Quello supremo è il tappeto persiano. I tappeti sono opere d’arte dotate di una funzione: non esiste qui l’idea inglese dell’arte fine a se stessa. Servono. Prima di tutto abbelliscono gli ambienti. Il concetto di bello riconosce la varietà dei gusti, ma anche qui c’è una logica pratica: un tappeto è come un quadro orizzontale, deve essere apprezzabile da ogni direzione. I nostri quadri, appesi alle pareti, non funzionano se capovolti; i tappeti sì.
Un tappeto dura una vita. Porta colore, comfort, morbidezza. Si arrotola, si trasporta, si stende anche nel deserto. Ci si può sdraiare sopra e sognare un prato. Spesso le decorazioni evocano proprio ciò che rappresentano: fronde, ombre, usignoli. Diventa quasi un oggetto magico. Non sorprende che sia protagonista di racconti fantastici. Sul tappeto si dorme, si mangia, si prega, si fa l’amore. È parte della vita intima.
Per questo i mercanti di tappeti hanno un altro ritmo, un’altra lingua. Persino l’unità di misura cambia: per i beni costosi si usano i toman, non i rial (1 toman vale 10 rial). Se il commercio è un rito, il verduraro è un chierichetto e il mercante di tappeti è il papa.
In un anno ne ho conosciuti molti, ma Houssein è quello a cui mi sono più affezionato. Ha l’età di mio padre, è colto, credente, con inclinazioni sufi. Tiene Hafez accanto al Corano, ama il vino e rispetta gli artisti — anche quelli come me, che non hanno ancora fatto nulla.
Con lui le conversazioni sono lente e solenni. Il cerimoniale è sempre lo stesso, uno scambio di salamelecchi e di piccoli ma eloquenti cenni del capo, per dire “sì” come da noi s’inclina la testa verso il basso, ma il gesto è meno pronunciato. Alzando la testa leggermente verso l’alto invece si esprime un gentile dissenso. Il taarof, ovvero il fare complimenti, è una parte fondamentale della cultura persiana. Gli iraniani fanno sempre taarof. È buon costume per l’ospite declinare gli inviti e di conseguenza chi invita insiste, anche otto, nove, dieci volte… l’usanza è nota già da tempo, non a caso il termine italiano “salamelecco” riprende il saluto “Salam alaikum”. Questo gentile tira e molla può esser divertente per il turista di passaggio, ma diventa stancante per chi, come me, deve conviverci a lungo. Delle volte preferisco pranzare solo come un cane piuttosto che sottopormi all’etichetta di Houssein; oggi no, ho ammesso di buon grado che costituisse la parte capitale dei miei obblighi. Avevo qualcos’altro da chiedere al mercante di tappeti. All’ingresso del negozio come sempre il garzone mi riceve scortandomi attraverso il giardinetto interno. Bussa con il ventaglio e tende l’orecchio. La voce del padrone tarda qualche secondo, dopodiché il garzone apre la porta su una stanza splendidamente ammobiliata e Houssein mi fa accomodare. Insieme al the il garzone ci serve i nabat. Durante la prima tazza di the si parla solo del tempo. Alla seconda mi è possibile paragonare Tehran a Roma, ovviamente spendendo parole encomiabili per la prima e deprecando la seconda. Houssein, va da se, assicura di preferire Roma, dove pure non è mai stato, ma dove è convinto che il traffico non sia altrettanto infernale. Alla terza tazza di the mi complimento per un pezzo nuovo del mobilio e ciò può essere utile a introdurre, seppur con discrezione, il tema dei tappeti. Houssein tergiversa ancora un po’, magari complimentandosi per il taglio del mio vestito, ostentando indifferenza per gli affari. Con la seguente tazza di the il garzone serve dei dolciumi di pasta sfoglia al miele di cui Houssein deplora la scarsa qualità, e che io m’affretto a trovare squisiti. La cerimonia culmina con la fumata di ghalyan e, fumando, possiamo finalmente abbandonare certe formalità.
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25 Novembre 1975
La pozzanghera è il punto più basso della pioggia. Non la fine: una sospensione.
Le gocce aspettano. Il sole le riporterà su.
Nel frattempo riflettono.
Nelle pozzanghere il mondo è rovesciato.
E forse più sincero.
Un falsario, lì dentro, potrebbe sembrare un artista.
Nessun Narciso può affogare in una pozzanghera. La profondità è tutta in superficie.
Le ruote di una bicicletta disturbano l’immagine, ma solo per un attimo. Poi tutto torna. I due mondi non si toccano mai davvero: la verità si ritrae, come un granchio sotto i sassi.
Con questi pensieri in testa sono arrivato all’incrocio indicato da Houssein.
L’uomo era lì. Basso, tarchiato, anonimo. Uno che non si nota. Forse proprio per questo.
«Che cosa sta leggendo, signore?» mi ha chiesto in un inglese corretto e rigido.
«Pasolini», ho risposto.
Ho mentito.
Non ho un solo libro di Pasolini con me. Non so perché l’ho detto. Forse per creare complicità. Forse per rassicurarlo. Forse per rassicurare me stesso.
«Vorrebbe leggere qualcosa di diverso?» ha continuato.
Mi sono irrigidito. Era un dialogo troppo preciso per essere casuale.
Gli ho detto che cercavo autori iraniani tradotti. Mi ha fatto cenno di seguirlo.
Camminammo in salita, tra vicoli bagnati. Poco dopo entrammo in una piccola fumeria. Disse di chiamarsi Armin — probabilmente non è il suo vero nome.
Dalla borsa tirò fuori testi fotocopiati: Shariati, Marx, Engels, Fanon, Gramsci, Guevara, Sartre. Gli dissi che non cercavo politica, ma narrativa “rara”.
Non dissi proibita. Né illegale.
Tirò fuori un fascicolo: una favola per bambini. Il pesciolino nero. L’autore, disse, “era”.
Non chiesi altro.
Poi un romanzo: La civetta cieca. Lo comprai.
Prima di salutarci disse: «Se non mi vede per più di cinque giorni, mi cerchi a Evin».
Ci siamo dati appuntamento.
Sono tornato sotto la pioggia.
Le pozzanghere continuavano a parlare.

