#Capirelaguerra – Un po’ di storia nella salsa: il Novecento e i Duemila (pt.2)

di Alessandro Gregoratto e Andrea Muni

Immagine degli anni ’20 tratta da wikipedia (recante propaganda sovietica in lingua ucraina ai tempi della Korenizacjia)

Clicca qui per leggere la prima parte (dal medioevo al Novecento, di Andrea Muni) di queste due puntate sulla complessità geo-storica e politica dell’attuale territorio ucraino.

Premessa geopolitica
Ripartiamo dalla lotta combattuta dagli ucraini durante la guerra sovietico-ucraina (1918-1921). Dopo la Rivoluzione di Febbraio si era diffusa in molti dei territori dell’ormai ex Impero zarista la speranza di raggiungere un’indipendenza nazionale. Tale speranza tuttavia non faceva i conti con le dure leggi della geopolitica, che invece Lenin riuscirà a interpretare correttamente: un paese con le caratteristiche geografiche e demografiche della Russia (quasi completamente pianeggiante, privo di barriere naturali, relativamente spopolato rispetto alla sua immensa estensione) non può esistere senza mettere una considerevole distanza tra il proprio centro politico-amministrativo (collocato sull’asse San Pietroburgo-Mosca) e gli altri paesi, potenzialmente nemici. Questo principio strategico è stato perseguito da tutti i titolari del potere a Mosca, indipendentemente dalle vesti ideologiche indossate: da Ivan il Terribile agli Zar suoi eredi, da Lenin (anti-zarista e anti-imperialista) a Putin (tradizionalista e conservatore, che vorrebbe restaurare la vecchia potenza degli Zar).

Quando la Russia è stata forte ha sempre mantenuto un ferreo controllo su una buona porzione dell’attuale territorio ucraino. Quando è stata debole, o praticamente sull’orlo della dissoluzione, come nel 1918, nel 1941 e nel 1991, ha invece sempre subito l’ondata delle sacrosante aspirazioni nazionaliste ucraine.

La guerra russo-ucraina (1918-1921)

Date queste premesse, certo non può dirsi sorprendente che i Bolscevichi, una volta consolidato il proprio potere in Russia, abbiano agito in politica estera esattamente come avevano fatto gli odiati predecessori zaristi. Dopo aver rinunciato con la Pace di Brest-Litovsk (1918) ai territori cerniera tra Impero russo e Imperi tedeschi, i Bolscevichi pochi mesi dopo approfittano della capitolazione di Austria e Germania per cercare di riconquistare i territori dell’Europa centrale appena perduti. Questa guerra, che noi quasi non studiamo sui nostri libri di storia, è la Guerra civile russa (1917-1922), ossia letteralmente la continuazione della Prima guerra mondiale. La Guerra civile russa vedrà infatti scontrarsi su tutte le zone di confine dell’immenso territorio russo i militari dell’Armata Rossa sovietica da un lato, e dall’altro le milizie della cosiddetta Guardia Bianca (composta da varie forze contro-rivoluzionarie, dagli zaristi ai “riformisti”, e appoggiata dall’Occidente, in particolare da Francia e Inghilterra).

Così, nel febbraio del 1919 l’Armata Rossa entra a Kiev e caccia il governo di Symon Petljura, nazionalista ucraino di sensibilità moderatamente socialista che era salito al potere poco prima scalzando l’etmano Pavlo Skoropad’skyj, reggente di un governo fantoccio filotedesco e di orientamento fortemente conservatore. Petljura e l’omologo polacco Pilsudski si alleano in questo periodo e cercano (oltre a combattere le forze contro-rivoluzionarie zariste) di conquistare Kiev e Minsk, venendo però sconfitti dall’Armata Rossa (che sarà fermata solo alle porte di Varsavia nel 1920). Petljura morirà nel 1926 in esilio a Parigi, assassinato da un anarchico ebreo-ucraino che lo riteneva responsabile dei pogrom consumatisi durante la sua reggenza.

Durante la Guerra civile russa nelle terre dell’attuale Ucraina sud-orientale si schiera contro l’Armata Rossa anche Nestor Machno, figura radicalmente diversa dai citati Petljura e Skoropad’skyj. Machno è un anarchico originario dell’Oblast’ di Zaporižžja che aderisce, non ancora ventenne, alla causa rivoluzionaria del 1905. Arrestato e condannato all’ergastolo dallo Zar nel 1908, viene liberato dai rivoluzionari nel febbraio del 1917. Inizialmente sostenitore dei soviet, e organizzatore di alcuni di essi nel sud dell’Ucraina, si allontanerà dal movimento bolscevico quando ne sperimenterà in modo diretto l’irriducibile impulso accentratore. In particolare Machno rimprovererà al “cittadino” Lenin un grave disinteresse per le campagne e i contadini, mentre Lenin taccerà Machno di anarchismo (lettura anti-statalista radicale del comunismo, sostenuta in quegli anni da molte comunità contadine autonome). Dopo il fallimento di un tentato accordo federativo con i Bolscevichi, che prevedeva una amplissima autonomia del territorio ucraino controllato dalla sue milizie, Machno nel 1920 rompe con Lenin e guida il suo movimento anarco-insurrezionalista contadino in una guerra senza quartiere contro tutti: austro-tedeschi, Bianchi (controrivoluzionari russi e zaristi), e contro gli stessi Bolscevichi. Anche la sua iniziativa viene però rapidamente schiacciata dall’Armata Rossa, e Machno morirà – anche egli in esilio – a Parigi nel 1934.

I machnovisti sono operai e contadini insorti fin dal 1918 contro la tirannia del potere della borghesia germano-magiara, austriaca e hetmanita in Ucraina […]. Solo attraverso l’abolizione di tutti i governanti, distruggendo le fondamenta delle loro menzogne, negli affari di stato come in quelli economici, solo con la distruzione dello stato per mezzo della rivoluzione sociale potremo ottenere un vero ordine di soviet e giungere al socialismo.
(Uno stralcio del Manifesto machnovista)

Tra le due guerre (Korenizacija e Holodomor)

Alla fine della prima guerra mondiale dunque movimenti nazionalisti ucraini di diversa estrazione ideologica (aristocratico-latifondista, socialista, anarchica) si contrappongono a vario titolo ai bolscevichi russi, venendo tutti rapidamente sconfitti. Un destino che gli ucraini condivideranno con altri popoli che durante la Guerra civile avevano sperato di liberarsi dal giogo russo (e che invece a partire dagli anni Trenta patiranno l’opera di accentramento del potere russo-sovietico). Un accentramento cominciato in sordina, il governo sovietico – fino agli anni ’30 – si prodiga infatti piuttosto nell’incoraggiare la partecipazione attiva delle varie nazionalità dell’Impero nelle strutture e nell’organizzazione del Partito. La stessa cultura e lingua ucraine – che avevano vissuto un primissimo risveglio già intorno ai moti del ’48 – godono in questo periodo di un diffuso privilegio, grazie alle politiche leniniste note come Korenizacija (“indigenizzazione”). Una serie di riforme volte a restituire alle popolazioni autoctone delle varie regioni dell’Impero l’amministrazione dei nuovi stati federali sovietici (che gli zar invece avevano sempre negato). La riforma prevedeva che a scuola, nel Partito e nell’amministrazione, i russi etnici dovessero parlare la lingua autoctona riconosciuta delle nuove repubbliche federali sovietiche (ucraino compreso).

Manifesto sovietico in lingua ucraina. Fonte wikipedia

È curioso che una simile valorizzazione delle “nazionalità”, voluta da Lenin, sia stata elaborata concettualmente proprio da Stalin (già Commissario del partito per le nazionalità, che si era teoricamente occupato del rapporto tra rivoluzione e nazionalità fin dal 1913). Curioso perché, negli anni Trenta, sarà proprio Stalin a imporre invece una violenta ondata centralizzatrice che – insieme alle Purghe, alla Guerra con i Kulaki e ai milioni di morti causati dalla colposa tragedia del Holodomor – cambierà decisamente in peggio la situazione per gli ucraini etnici. I nazionalisti ucraini ritengono addirittura l’Holodomor un genocidio per fame coscientemente voluto, e sapientemente orchestrato, da Stalin. La comunità internazionale invece – stante l’attuale definizione di genocidio fornita dalle Nazioni Unite – non lo considera ufficialmente un genocidio, ma appunto una carestia colposa scatenata da condizioni climatiche avverse, dagli errori previsionali del piano quinquennale di industrializzazione di Stalin e dalla vera e propria guerra che si scatena in quegli anni tra Kulaki (contadini agiati, che ovviamente si erano schierati con i Bianchi durante la Guerra civile) e governo sovietico. I Kulaki erano medio-grandi produttori agricoli privati (osteggiati non soltanto da Stalin, ma anche dallo stesso Trotzkij), che entrano in conflitto con il governo sovietico quando all’inizio degli anni Trenta questo si appresta definitivamente, dopo il periodo di transizione della NEP, a nazionalizzare i loro terreni e a collettivizzare la produzione agricola (con la creazione dei Kolkhoz e dei Sovhcoz). I Kulaki – molto presenti in Ucraina, granaio dell’Unione – cercano allora di impedire la collettivizzazione delle loro terre, cercando di attrarsi parallelamente le simpatie dei contadini medi, preoccupati e disorientati dalla vertiginosa accelerazione sovietica nella creazione delle nuove comuni agricole. I Kulaki ostacolano in tutti i modi la redistribuzione delle derrate alimentari nel resto dell’URSS: saccheggiando, corrompendo e sabotando, nascondendo le derrate, macellando o vendendo clandestinamente quantità sproporzionate di bestiame pur di non consegnarlo alla redistribuzione, e a volte imbracciando direttamente le armi.

La brutalità della repressione dei Kulaki e i milioni di morti per fame causati dalla miopia e dalla “fretta” (denunciata paradossalmente proprio dallo stesso Stalin in un articolo del 1930) del piano quinquennale sovietico sono storia, e non serve tornarci nel dettaglio. D’altra parte, dopo la Prima guerra mondiale, la Guerra civile, il comunismo di guerra e la NEP di Lenin, era difficile immaginare che – agli inizi degli anni Trenta – Stalin e l’URSS potessero tollerare di restare ostaggio di un gruppo di potenti privati contro-rivoluzionari (i Kulaki) per l’approvvigionamento e la produzione alimentari dell’immenso Stato sovietico.

La seconda guerra mondiale (Banderismo e collaborazionismo)

Non sorprende insomma che in molti territori sovietici non-russi a partire dagli anni Trenta cominci a dilagare un forte sentimento di ostilità. Pur avendo integrato tra i suoi quadri personalità di diverse nazionalità con la Korenizacija, l’URSS rimarrà infatti sempre un’entità politica solidamente russo-centrica. È senz’altro in quest’ottica di conflittualità con il regime sovietico che va interpretata l’adesione di parte della popolazione ucraina al regime nazista, le cui truppe nel 1941 entrano a Leopoli tra i festeggiamenti di movimenti nazionalisti ucraini di dichiarata ispirazione nazi-fascista, tra cui l’OUN – Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, capeggiata nella sua ala più estrema dall’ormai famigerato Stepan Bandera. L’anno successivo nasce l’UPA (l’Esercito insurrezionale ucraino), entità politico-militare nazionalista costituita principalmente dall’ala più estremista dell’OUN, facente capo proprio a Bandera (già in esilio in Germania), da alcuni ex-machnovisti e da ex volontari locali delle SS delusi dall’indisponibilità tedesca a concedere l’indipendenza al popolo ucraino.

Cartina di wikipedia del confine russo-tedesco durante la Battaglia di Stalingrado

L’OUN e l’UPA durante la guerra intrattengono rapporti ambigui con gli invasori nazisti: Bandera in particolare fu imprigionato in Germania dal 1941 al 1944, ma successivamente liberato per essere impiegato in azioni di sabotaggio nei confronti dell’Armata Rossa quando questa aveva iniziato ormai la sua rimonta verso Berlino. L’UPA combatte contro i sovietici, ma anche contro i tedeschi, macchiandosi di tremendi e documentati eccidi nei confronti di civili polacchi ed ebrei. Durante la Seconda guerra mondiale vediamo in sostanza ripetersi nelle zone dell’attuale Ucraina occidentale quell’incredibile coacervo di odi e lotte inter-etnico-ideologiche a cui abbiamo già tristemente assistito nel riassunto della Prima guerra mondiale: tedeschi, ucraini, polacchi, ebrei e russi (dal lato etnico); comunisti, nazisti e fascio-nazionalisti (dal lato politico-ideologico).

Il crollo dell’URSS

Questa sanguinosa instabilità determinata da nazionalismi e ideologie in lotta per il controllo di territori etnicamente, culturalmente e linguisticamente misti, fu congelata dal definitivo affermarsi dell’URSS a partire dal 1945 (data in cui la città di Leopoli entra per la prima volta sotto il dominio russo). Per quasi mezzo secolo l’URSS avrà infatti la forza di imporre il proprio potere politico, militare, amministrativo, ideologico sulla turbolenta parte occidentale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (creata nel 1922). Nel 1990 la dissoluzione dell’Unione Sovietica rende l’Ucraina, per la prima volta nella sua storia, un paese formalmente indipendente, ma di fatto ancora troppo legato economicamente e politicamente alla Russia: vicino di casa troppo ingombrante per essere ignorato, ma allo stesso tempo investito da una gravissima crisi politica ed economica, determinata da una guerra interna tra soggetti che, sventolando la bandiera del libero mercato pilastro della democrazia, tentavano di spartirsi le risorse prima gestite dal Partito Comunista e dalla sua elefantiaca e corrotta burocrazia.

Spolpato l’apparato industrial-finanziario-militare dell’ex Urss tra quelli che saranno in seguito definiti “oligarchi”, alla fine degli anni ‘90 emerge una figura politica che punterà a far tornare la Russia una grande potenza. Vladimir Putin godrà anche per questo motivo di una grande popolarità tra i suoi concittadini, che avevano vissuto con umiliazione la riduzione di status seguente alla dissoluzione dell’impero sovietico. Putin compare sulla scena come una figura ambigua: egli è nel KGB, vive a lungo con la famiglia in DDR, e scala poi rapidamente la vetta come erede designato del precedente Presidente Boris Elstin (vero “regista” del disastroso smembramento dell’URSS nel corso degli anni ’90).

La divisione geopolitica dell’Europa fino alla fine del Patto di Varsavia e al crollo dell’URSS (1990). I paesi grigi sono quelli neutraliwikipedia

Gli anni 2000

Dopo un primo decennio di sostanziali presidenti filorussi, nei primi anni del nuovo millennio i rapporti interetnici iniziano a surriscaldarsi. Nel paese si configura in modo sempre più netto uno scontro tra due fazioni: l’una favorevole all’alleanza strategica con la Russia, l’altra desiderosa di emanciparsi dalla sua soffocante vicinanza e di entrare piuttosto nella sfera di influenza occidentale a trazione statunitense (ovviamente entrambe le fazioni ricevono sostegno economico e ideologico dalle rispettive super-potenze di competenza, ossia USA/NATO/UE e Russia).

La sfida si accende inizialmente su un terreno pseudo-democratico con la Rivoluzione arancione del 2004 (filo-occidentale), che a propria volta dà il via a un decennio in cui governi filorussi e filo-occidentali si alternano al comando, vincendo elezioni di dubbia regolarità (il cui esito viene spesso contestato da altrettanto dubbie sentenze della Corti Costituzionale). Nota di colore: nel 2010 il presidente filo-occidentale Juschenko si guadagna lo sdegno collettivo della comunità ebraica, dei russi e della stessa Commissione europea per aver proposto il collaborazionista Bandera all’onoreficenza di “Eroe nazionale ucraino”.

Arrivano poi il tragico febbraio 2014 e la Rivolta di Maidan. In questi mesi, alle importanti manifestazioni popolari anti-russe e filo-occidentali si sovrappongono anche un vero e proprio golpe paramilitare e un golpe “tecnico” in parlamento. Il presidente filorusso Janukovic è costretto alla fuga dalle violenze paramilitari del Battaglione Azov e di Praviyj Sector (gruppo paramilitare fascista, che nel maggio dello stesso anno si macchierà anche della terribile strage del Rogo della Casa dei sindacati di Odessa). Tutto questo mentre parallelamente i filo-russi si sollevano nel Donbass, nel sud del Paese e in Crimea. A questi eventi segue la reazione militare russa in Ucraina; come già accaduto in Georgia nel 2008, e diversamente da quello che era accaduto durante il crollo degli anni’90, la Russia si ritiene abbastanza forte da intervenire militarmente in uno stato appartenuto alla sua sfera di influenza. Di fronte alla prospettiva di perdere la propria influenza su porzioni di territorio considerate necessarie all’esistenza stessa della Federazione, e intervenendo in supporto alla feroce reazione della minoranza russa dell’est e del sud, Putin e la sua amministrazione optano nel 2014 per lo strumento militare e invadono la Crimea (territorio ad ampia maggioranza etnica russa).

Dopo Maidan, la tendenza non solo anti-russa ma letteralmente banderista del governo filo-occidentale ucraino si rinnova con le iniziative del presidente Poroshenko (oligarca proprietario, tra le altre cose, della principale impresa dolciaria del Paese e di un’influente emittente televisiva, nonché predecessore di Zelenskji e principale finanziatore della rivolta di Maidan). Proshenko rende infatti nel 2015 feste nazionali proprio il compleanno di Stepan Bandera (1 ottobre) e la fondazione dell’UPA (14 ottobre), mentre nel 2019 ottiene di equiparare legalmente, e dal punto di vista del welfare, i veterani collaborazionisti e fascisti dell’UPA con quelli sovietici che hanno combattuto e sconfitto i nazisti.

I giorni nostri

L’attuale posizione della Russia, ben lungi dalla pericolosità che le attribuiscono i media occidentali, potrebbe essere piuttosto caratterizzata da una gravissima debolezza. Cosa succederebbe a un Paese di enorme estensione territoriale, controllato politicamente da una popolazione di etnia e lingua russa – ma abitato da circa duecento diversi gruppi etnici, alcuni dei quali maggioranza in certi territori della Federazione Russa e animati da secolari aspirazioni indipendentiste (i Ceceni, solo per fare l’esempio più noto) – se perdesse il controllo di un territorio situato a poche centinaia di chilometri dal suo centro politico, economico e amministrativo? Un territorio che nella sua parte orientale e fino a Kiev è percepito per di più – nella narrazione nazionale – come una delle culle della cultura russa e della religione ortodossa.

E cosa succederebbe se, oltre a perdere il controllo del territorio ucraino (o almeno di una sua parte), questo finisse in un’alleanza militare (la Nato) nata e cresciuta con l’esplicito obiettivo di combattere la Russia? Parliamo di un’alleanza che negli ultimi trent’anni ha già accolto, o si appresta ad accogliere, tra le proprie fila: 1) cinque delle quindici ex-Repubbliche Socialiste Sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania, più Ucraina e Moldavia – queste ultime non ancora ufficialmente), 2) tutti gli stati ex-comunisti del Patto di Varsavia, un tempo nella sfera di influenza russa (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria), e 3) cruciali stati cuscinetto rimasti finora neutrali, come Svezia e Finlandia.

Nessuno può rispondere in anticipo a queste domande, ma proprio per questa ragione ciò che conta di più attualmente sono le percezioni e le aspettative dei vari soggetti politici interessati.

Come la vedono i russi?

I russi (l’establishment al potere, ma anche buona parte della “pancia” del paese) percepiscono come una catastrofe la possibilità di perdere il controllo dell’Ucraina (o almeno di una parte di essa): un territorio considerato non solo strategicamente fondamentale per ragioni culturali, energetiche e geopolitiche, ma addirittura vitale per la sopravvivenza stessa dello Stato russo. I russi sono persuasi che perdere l’Ucraina ingenererebbe una serie di reazioni a catena che finirebbero per ridurre la Russia alla scarse dimensioni dell’antico principato di Moscovia: uno stato molto poco esteso, che si vedrebbe presto circondato e smembrato da tanti stati-mafia controllati da potentati locali (stile Transnistria o Cecenia) e potenzialmente eterodiretti da potenze nemiche; uno stato debole che assisterebbe impotente al saccheggio delle immense risorse naturali nascoste nel ventre della Siberia da parte della (per ora amica e) confinante Cina. Praticamente una condanna all’estinzione.

Se questa è la percezione russa, a rovescio quella dei polacchi, dei baltici e dei nazionalisti ucraini è quella di un’enorme debolezza della Russia, di cui è necessario (e sacrosanto) approfittare.

Come la vedono gli americani

A cosa ambiscono invece gli Stati Uniti d’America in questa particolare congiuntura storica? Gli USA hanno un solo obiettivo strategico, attorno al quale ruota ogni loro mossa: mantenere l’egemonia globale, ottenuta definitivamente nel 1991 con la vittoria nella Guerra Fredda; egemonia senza la quale sarebbero loro a rischiare un’implosione e una disgregazione simile a quella che minaccia la Russia. Senza il controllo sulla ricca e tecnologicamente avanzata Europa, e senza il dominio su oceani e sud-est asiatico, gli USA non potrebbero più sostenere il loro impero finanziario internazionale imperniato sul dollaro, moneta di riserva globale per eccellenza. Se mai dovessero perdere la loro condizione di egemone mondiale economico-finanziario, gli USA sarebbero tecnicamente uno stato fallito, perché solo lo strapotere sui mercati globali del dollaro (espressione del loro speculare strapotere militare e marittimo) gli consente di sostenere un deficit commerciale e un debito pubblico letteralmente colossali.

Se gli USA avessero bisogno dall’oggi al domani di, poniamo, cento miliardi di dollari, potrebbero stamparli in una notte e questi varrebbero esattamente cento miliardi di dollari: perché il dollaro sarà sempre un bene pregiato, almeno finché rimane espressione di una portentosa potenza militare che lo sostiene. Se l’Italia avesse bisogno dall’oggi al domani di cento miliardi di dollari e ne stampasse l’equivalente in Lire, è facile supporre che il loro valore sarebbe di poco superiore alla carta (o ai bit) utilizzati per la loro produzione fisica. Perché da che mondo è mondo – lo insegna la Storia – è la forza di un Sovrano a determinare il valore della moneta che batte. Non credo sia un caso che nella recente SCO di Samarcanda le potenze russo-asiatiche, che si apprestano a creare un blocco economico-finanziario-commerciale autonomo e rivale degli USA, abbiano cominciato non solo a immaginare, ma anche a parlare concretamente, di un mondo post-dollaro. Un aspetto quest’ultimo che non può essere disgiunto dalla guerra commerciale sino-americana condotta sotto Trump e Xi, né dalla attuale guerra per il gas e l’energia che Nato e Russia stanno scelleratamente conducendo sulla pelle dei cittadini ucraini.

Un “gioco” a somma negativa (e la consapevolezza di scelte di campo parziali)

Quelle sviluppate finora sono considerazioni amare, terribili, che non si ammantano di stupidi moralismi, ma cercano piuttosto di analizzare criticamente la forza che una comunità politica è in grado di esprimere (sul piano interno ed internazionale). Non si tratta affatto di analisi “fredde”, ma di analisi che anzi mettono in conto l’esistenza del dolore e la tragica impossibilità di trovare sempre e comunque soluzioni a lieto fine. Nella politica internazionale, così come nella vita di tutti i giorni, non tutti i “giochi” possono essere win-win. Esistono anche giochi a somma zero, e a somma negativa; “giochi” che decidono della vita, e della morte, di milioni, miliardi di persone. Tra gli interessi contrapposti, tutti percepiti come vitali, di Russia, Ucraina, Polonia, UE, Turchia, Cina e Stati Uniti, è evidente che una soluzione win-win non esiste: non esiste uno scenario in cui tutti possono dirsi, e percepirsi, vincitori – e nemmeno “soddisfatti”. Il dramma nel dramma sta proprio nel fatto che tutto questo non ci dispensa dal prendere una posizione nel presente. Una scelta gravissima, che sappiamo sarà sempre “ingiusta” per almeno una delle tante parti in causa. Una scelta di campo di cui, per lo meno, è fondamentale riconoscere l’inevitabile parzialità.

E noi, per esempio, a quale di questi “campi” apparteniamo? Noi che scriviamo e leggiamo su questa rivista culturale edita in lingua italiana a Trieste? Domanda tutt’altro che scontata: siamo triestini, friulani, italiani, europei o cittadini del mondo? È importante stabilirlo, perché per poter prendere una posizione bisogna partire almeno da qualche parte, da un punto qualsiasi. In base al punto di partenza scelto dobbiamo chiederci: vale di più sostenere il diritto alla libertà di alcuni popoli, mettendo a repentaglio (forse, o forse no) la stessa esistenza russa con tutto ciò che ne consegue (aumento drammatico dell’instabilità mondiale, proliferare di stati mafia sul suolo russo e pericolo di armamenti nucleari che finiscono nelle mani sbagliate)?

Da non-ucraino e non-polacco, e soprattutto da cittadino italiano che non ha mai sperimentato il duro stivale dell’Orso Russo, mi viene istintivo privilegiare pace, stabilità e benessere economico che conseguirebbero dal riuscire a mantenere la Russia integrata nel contesto globale. Certo, il fatto che i popoli rimasti a lungo sotto il giogo russo abbiano sviluppato sentimenti così fortemente anti-russi fa riflettere, e non poco. Ma allo stesso tempo non posso non tremare d’indignazione per la narrazione, di palese matrice nordamericana, che mi vorrebbe moralmente obbligato a sostenere le (legittime) aspirazioni alla libertà e all’indipendenza soltanto di certi popoli; sempre solo di quelli che fanno gioco alle mire espansionistiche USA (vedi gli indipendentisti curdi impietosamente consegnati a Erdogan in cambio del suo placet all’adesione finlandese alla NATO).

Conclusione amara

Date queste sconfortanti (ma temo realistiche) riflessioni, anche solo ipotizzare concretamente una possibile soluzione appare un’impresa titanica. Non di meno tutti sappiamo che solo un compromesso può fermare l’eccidio. Prima della guerra questa via pareva più facile, quasi banale, vista con gli occhi pieni dell’orrore quotidiano che ci giunge dal fronte. La Russia chiedeva, prima dello scoppio della guerra, il riconoscimento internazionale della Crimea come territorio russo, l’autonomia delle repubbliche di Donetsk e Lugansk e l’assicurazione formale che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato. Chiedeva in sostanza una sorta di riconoscimento della sua dignità di potenza internazionale. Si noti come queste richieste costituissero già una sorta di accettazione del non pieno controllo sul territorio ucraino, spia di una gravissima debolezza che (come abbiamo visto) affligge sempre la Russia quando questo le viene sottratto o anche soltanto conteso. Con gli accordi di Minsk II (tra Ue, Russia e Ucraina) del 2015 tutte queste rivendicazioni sembravano essere state accolte, tutto sembrava risolto o per lo meno risolvibile. Ma nessuno aveva fatto i conti con gli americani e gli inglesi (rimasti ai margini di quell’accordo), che negli anni successivi hanno soffiato fortissimo sul fuoco del nazionalismo ucraino e della guerra.

Credo sia possibile ammettere oggi che, di fronte all’orrore senza fine cui stiamo assistendo e alla minaccia globale di un’escalation nucleare, le richieste e gli accordi di Minsk non fossero affatto irricevibili (e infatti sono stati ratificati da tutte le parti in causa). Eppure, durante le settimane precedenti il 24 febbraio 2022, ricordo nitidamente esponenti della Nato dichiarare “inaccettabile” l’impegno esplicito a non fare entrare l’Ucraina tra le proprie fila: “è un sacro diritto di un popolo entrare in qualsiasi alleanza militare desideri”, dicevano (ma evidentemente non è un diritto altrettanto sacro uscirvi). Ricordo anche la totale indisponibilità a discutere del riconoscimento della Crimea come parte dello stato russo (nonostante la netta maggioranza russa della penisola). E, sembrerà un fattore secondario ma non lo è affatto, ricordo infine come nelle ultime tre edizioni dei Giochi Olimpici gli atleti russi abbiano gareggiato senza poter vestire i colori del proprio paese e senza poter sentire suonare il proprio inno in caso di vittoria, in virtù di uno scandalo doping dai contorni molto oscuri (e comunque di gravità incomparabilmente minore rispetto ad altri scandali doping che hanno colpito atleti di altre nazioni – casi Armstrong e Marion Jones su tutti). Diciamo che umiliare un Paese in modo così clamoroso in una manifestazione internazionale come le Olimpiadi, alla quale peraltro gareggiano sfoggiando orgogliosamente la propria bandiera stati canaglia di ogni risma, ha tutta l’aria di una provocazione ben orchestrata.

Eppure il mantra che una certa propaganda vorrebbe fosse, necessariamente e acriticamente, ripetuto oggi è “c’è un aggressore e un aggredito”. Quasi che ogni evento, fenomeno politico o provocazione verificatisi prima del maledetto 24 febbraio 2022 non contassero nulla, non esistessero: devono sparire nelle nebbie di una ignoranza storica dolosamente propagandata. L’unica certezza che abbiamo oggi – visto l’ormai innegabile coinvolgimento NATO nell’addestramento delle truppe ucraine, stante la recente annessione russa delle quattro regioni militarmente occupate, e nonostante la recente ritirata strategica da Cherson – è che la possibilità di un compromesso si fa sempre più lontana (e molto più lontana di quanto non lo fosse otto mesi fa).

L’unica scelta di campo, altrettanto forte e coraggiosa, alternativa a quella per il negoziato è quella di schierarsi senza se e senza ma a fianco di quella parte del popolo ucraino (e polacco) desideroso di liberarsi una volta per tutte dal giogo russo, a qualsiasi costo di vite umane e di equilibri economici, energetici, internazionali. Una posizione legittima, meritevole di attenzione e rispetto, perché visceralmente sentita da alcuni milioni di persone che molto hanno sofferto. L’importante è che siano assolutamente chiare e manifeste le conseguenze a medio-lungo di questa posizione “intransigente”, non ultima il possibile ingresso diretto dell’Italia in una guerra. Come altrettanto chiara dovrebbe essere la convenienza per i nostri “alleati” americani (e per i polacchi, ultimamente migliori amici in Europa degli USA) di tale posizione. La sola cosa che davvero non è più accettabile è la pretestuosa idea di una qualche “superiorità morale” della posizione oltranzista rispetto a quella del negoziato.

La scelta, dunque, resta a noi. Almeno nelle nostre coscienze.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*