Il profumo del popolo: Pasolini, Asor Rosa e il processo per Ragazzi di vita

di Domenico Pierro

Premessa

Leggendo il dialogo tra Pasolini e il magistrato, durante il dibattimento giudiziario, all’interno dell’aula di tribunale, ho intravisto una certa operazione infamante, sottaciuta e ambigua, volta a screditare il valore dell’opera e ancora di più la persona dell’autore. È un’infamia sottaciuta, perché nell’Italia degli anni Cinquanta è scandaloso che soggetti inventati, all’interno di un’opera letteraria, abbiano un comportamento e uno stile di vita socialmente non accettabili in termini di sessualità e di violenza.

La vicenda artistica di Pasolini intrattiene con l’infamia un rapporto ambivalente e strutturale: se è stata oggetto di diffamazione, è forse proprio perché è riuscita a dare una lingua e una voce a forme di vita che erano state tenute al di fuori dei confini della mimesi. In questo senso, essa costituisce un caso esemplare di un problema che attraversa la tradizione estetica e culturale europea. Foucault, in accordo con Auerbach, ne La vita degli uomini infami scrive non a caso che la letteratura, dal Seicento in poi, ha cominciato a essere moderna, nel senso pieno della parola, solo da quando si è data la possibilità di mostrare il fango, di rappresentare tragicamente le vite senza fama, le esistenze più comuni o reiette.

Dalla lettura delle carte dibattimentali del processo a PPP per Ragazzi di vita emergono due elementi su cui viene costruita l’accusa: la lingua e l’uso del discorso indiretto libero. Il primo, cioè la lingua, perché eccessivamente volgare e troppo disposta ad accogliere il turpiloquio e le oscenità; il secondo, perché l’uso del discorso indiretto libero non rispetta le modalità che la tradizione letteraria italiana aveva acquisito da Verga in poi. Gli approfondimenti fatti in fase dibattimentale durante il processo, sembrano attivare speculazioni accademiche di fronte alle quali, al cospetto dei documenti giudiziari, si fatica a volte nel tenere a mente che il contesto è quello di un’aula di tribunale e non di un’aula universitaria.

Ragazzi di vita, genesi e pubblicazione

Nel gennaio del 1950 Pier Paolo Pasolini lascia il Friuli, la terra che lo aveva ospitato durante gli anni del secondo conflitto mondiale, il luogo dove affondano le radici familiari. Un territorio che era stato luogo di incubazione e di produzione delle sue prime opere poetiche. Passare da Casarsa a Roma, per quanto traumatico, produsse in Pasolini un desiderio di ricerca e di indagine attraverso la conoscenza di persone e luoghi. La bellezza della capitale lo inebria, ma più di tutto, resta colpito dal tipo di umanità che incontra. Un sentimento di solidarietà misto a pietà lo porterà a incontrare uomini e donne, ragazzi e bambini appartenenti al sottoproletariato romano, scoprendo le differenze fra la classe degli agricoltori friulani e questa umanità che non ha radici nel mondo agricolo, rifiutata dalla classe dirigente, impossibilitata a comparire davanti alla storia.

In questo passaggio è cruciale l’amicizia con Sergio Citti, ragazzo che vive nelle borgate e che da quel momento diventa per Pasolini il suo consulente linguistico. Il dialogo con le persone e lo studio sul campo del dialetto, lo portano a scrivere un romanzo: Ragazzi di vita. Nel giugno del 1951, esce su “Paragone”, Il Ferrobedò, che successivamente diventerà il primo capitolo del romanzo. L’elaborazione scritta del dialetto locale assume un’importanza centrale. Se in passato il friulano era stato adottato dal poeta per esprimere le proprie ragioni soggettive in sinergia col mondo circostante, adesso il romanesco viene usato in modo oggettivo, come un dato di realtà.

Nel 1953 viene pubblicato un altro capitolo, e nel 1955 Pasolini invia a Garzanti la prima copia ultimata del romanzo con una serie di indicazioni, integrate da un elenco di parolacce ed espressioni gergali. A maggio il libro è in tutte le librerie. Le reazioni del pubblico, della stampa e della politica non tardano ad arrivare. Non mancano gli elogi e recensioni favorevoli ma la persona di Pasolini ed il suo romanzo vengono attaccati dalla  stampa tanto di sinistra quanto di destra. Ma il peggio deve ancora arrivare perché dopo l’attacco da parte della stampa, Pasolini viene denunciato e il romanzo sottoposto a sequestro.

La denuncia e il processo

La denuncia contro Ragazzi di vita proviene, con lettera di segnalazione datata 21 luglio 1955, dal servizio Spettacoli e proprietà intellettuale della Presidenza del consiglio dei Ministri. Al tempo della denuncia il presidente del Consiglio era Antonio Segni, il ministro degli Interni Ferdinando Tambroni, quello della Giustizia Aldo Moro, sottosegretario Oscar Luigi Scalfaro. Il testo della segnalazione recita:

Per gli eventuali procedimenti di competenza si trasmette l’acclusa pubblicazione Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, editore Aldo Garzanti, Milano. Nella pubblicazione si riscontra carattere pornografico. Il capo del servizio

F. Aliberti, A. Di Nuzzo, E. Lavagnini, Il libro bianco di Pasolini

Il 29 dicembre la Procura della Repubblica di Milano invia una citazione per giudizio direttissimo ad Aldo Garzanti e Pier Paolo Pasolini, per il reato di pubblicazione oscena. Il figlio di Aldo, Livio Garzanti, si autodenuncia quale unico responsabile della pubblicazione al posto del padre. Il processo inizia e termina lo stesso 4 luglio 1956 nella IV Sezione del Tribunale di Milano, con l’assoluzione di Pasolini e Livio Garzanti. Ma quali furono le ragioni e le cause che portarono i magistrati prima a processare e poi ad assolvere lo scrittore e l’editore?

Prendendo in esame i documenti giudiziari, emergono subito i due elementi principali sui quali si concentra l’accusa: 1) la lingua, e 2) l’uso del discorso indiretto libero. Due argomentazioni di ambito linguistico-letterario esposte dai magistrati in veste di accademici. La lingua è infatti – per i magistrati dell’accusa – eccessivamente volgare e troppo disposta ad accogliere turpiloquio e oscenità; mentre il discorso indiretto libero – sempre secondo il pubblico ministero – è usato a sproposito ,poiché non rispetta le modalità che la tradizione letteraria italiana ha acquisito da Verga in poi.

Siamo in realtà curiosamente all’interno di un topos giudiziario del XIX secolo, che la letteratura ha conosciuto nei processi a Wilde, Zola, o Flaubert: scrittori che subirono processi con “o stesso meccanismo di inquisizione nel privato in cerca di ulteriori prove del reato artistico” (H. Castaldo, Processo a Ragazzi di vita: il discorso in diretto libero entra nelle aule di tribunale, in “Studi Pasoliniani”, 2022).

L’elemento di novità sta però nel fatto che, come scrive ancora Castaldo, “Pasolini veicolava la soggettività dell’autore/attore all’interno del prodotto estetico, creando un’arte di tipo performativo, si definisce performativa quel genere di sperimentazione artistica che include nell’opera anche il suo artefice”. Quello che per Pasolini era inaccettabile era dunque proprio lo scollamento tra arte, realtà e teoria linguistica, un modo di sentire che egli elabora ed espone anche in tribunale.

Questa continuità tra arte e vita rimarrà sempre la sua più grande passione e vocazione, che si tradurrà “inizialmente in una teoria linguistica, poi in una teoria cinematografica, e nella poesia degli ultimi anni, in un’idea di azione poetica che richiedeva di gettare il proprio corpo, privato e artistico, nell’azione quotidiana della vita intesa come lotta, cioè come un impegno ideologico e politico” (Castaldo).

Il profumo del popolo. Asor Rosa e Pasolini

Percorrendo questa strada è facile capire come il conflitto affrontato da Pasolini in tribunale, e il relativo fastidio che il magistrato prova nella lettura di Ragazzi di vita, non fossero semplicemente un problema di mancato decoro linguistico, bensì una posta in gioco storica e politica. Al fondo del processo a Pasolini per Ragazzi di vita ritroviamo infatti l’annosoproblema che investe gli scrittori borghesi, e le loro opere, quando questi aspirano a produrre opere realistiche in cui il popolo è protagonista. La grande questione che soggiace al processo a PPP è proprio quella relativa al delicato rapporto fra gli scrittori e popolo; il modo in cui la letteratura concepisce – e descrive dall’interno – il popolo nei diversi periodi storici. 

Un problema antico e attuale che investe l’Italia nelle sue strutture moderne, nel suo bisogno di narrazioni nazionali, popolari e riprese dal basso, ma che al contempo fatica enormemente a scrollarsi di dosso l’appartenenza di classe, il punto di vista  e la sensibilità tipicamente borghesi degli scrittori stessi. Letterati che, pur interessati al popolo, spesso anche sinceramente e genuinamente, non ne facevano comunque parte, e non potevano perciò offrirne una testimonianza davvero realistica. 

È questo il problema indagato da Alberto Asor Rosa nel 1965 in Scrittori e popolo, in un’indagine che parte dagli eventi politici dell’Ottocento e dal processo di unificazione nazionale, attraversa poi il periodo fascista e giunge infine all’Italia del Dopoguerra e interroga la stessa produzione letteraria di Pasolini. Asor Rosa rileva in questo saggio, come nelle opere giovanili, quelle prodotte in Friuli, ci sia una volontà da parte di Pasolini di utilizzare il friulano, “di farsi voce della muta plebe contadina, la stessa volontà che lo accompagna nella stesura di Ragazzi di vita, dove la lingua diventa però quella delle borgate romane.

Attraverso il suo stile, Pasolini riesce, per Asor Rosa, a portare dentro di sé gli oggetti, le persone, il mondo “altro” che lo circonda e a rielaborarlo attraverso un processo interiore. Il risultato è un’atmosfera piena di echi e risonanze, che giungono al lettore mostrando quanto il desiderio di possesso di una cultura “altra” e l’espressività lirica siano capaci di convivere perfettamente nell’animo dello scrittore. Tutto ciò che Pasolini incontra (uomini, cose, paesaggi) “si compone nell’immediatezza di sensazioni e stati d’animo, che sostituiscono agevolmente processi di carattere razionale o riflessivo” .

Pasolini sa perfettamente, già durante gli anni Cinquanta, che l’azione politico-letteraria non deve inciampare in quell’imbarazzante pericolo “che per lo scrittore borghese è rappresentato da una velleitaria ricerca di superamento del proprio essere borghese” (La libertà stilistica, in Officina, Bologna, Arti Grafiche Calderini, 1957), e rifiuta perciò radicalmente quell’atteggiamento che egli stesso definisce “messianesimo populista”. Un atteggiamento che Pasolini non considera soltanto una fuga mundi, ma addirittura un volgare tentativo di appropriarsi narcisisticamente del mondo popolare.

Nel concreto, Pasolini desidera ritornare agli strumenti stilistici e linguistici pre-novecenteschi, all’uso di una  “lingua che era stata portata tutta al livello della poesia” e che ora va “abbassata tutta al livello della prosa, ossia del razionale, del logico, dello storico”, se non addirittura dello strumentale. Il suo sperimentalismo degli anni Cinquanta infatti “presuppone una lotta innovatrice non nello stile, ma nella cultura, nello spirito. La libertà di ricerca che esso richiede consiste soprattutto nella coscienza che lo stile, in quanto istituto e oggetto di vocazione, non è un privilegio di classe: e che dunque, come ogni libertà, è senza fine dolorosa, incerta, senza garanzie, angosciante” (Pasolini, La libertà stilistica).

Produrre letteratura in modo innovativo è per il Pasolini degli anni Cinquanta già un imperativo, perché – come nota ancora Asor Rosa in Scrittori e popolo – “l’arte rivoluzionaria è necessariamente arte popolare”, ma solo a patto di saper fare i conti con “la figura mitizzata di questo popolo pieno in sé di una carica piccolo borghese”. Un popolo immaginario,  che ha funzionato a lungo come una sorta di “ponte tra le esigenze umanitarie del radicalismo e del socialismo di fine Ottocento e le ideologie populistiche post-resistenziali”. Per l’Asor Rosa di Scrittori e popolo infatti nelle opere di Pasolini “non avviene mai che un atteggiamento ideologico sia da lui sostenuto, [lo sia] senza uno stimolo di carattere passionale, irrazionale”. Ce lo dice d’altronde lo stesso PPP in Passione e ideologia:

Passione e ideologia: questo non vuole costituire un’endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia) […]. Né una concomitanza, ossia ‘Passione e nel tempo stesso ideologia’. Vuole essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: ‘Prima passione e poi ideologia’, o meglio ‘Prima passione, ma poi ideologia

P. P. Pasolini, Passione e ideologia

Arrivati a questo punto si comprendono meglio tanto l’accusa e il moralismo del magistrato, quanto le spiegazioni che Pasolini dà, in sede di dibattimento, riguardo all’uso della lingua in Ragazzi di vita. Il magistrato, cupo portavoce dell’intera società italiana del tempo, risponde a una morale borghese e cattolica che nella letteratura ricerca una sua conferma, e alla quale Pasolini contrappone un’altra morale, che lo induce necessariamente a dare voce ai derelitti delle borgate. La borgata è per Pasolini il centro del mondo, rappresenta cioè una condizione di purezza pre-borghese simile, per certi versi, a quella conosciuta tra i contadini del Friuli. Ma, conclude Asor Rosa, questo mimetismo pasoliniano rischia di essere “niente altro che la nuova faccia del vecchio naturalismo (…) d’ impietosimento umanitario, di commozione cristiana” (Asor Rosa, Scrittori e popolo).

Pasolini riconosce nel sottoproletariato delle borgate un popolo privo di tradizione, uomini e donne che vivono una condizione di miseria totalmente nuova nella storia: una povertà che non è mai stata descritta, nuova, perché nuovi sono questi poveri. Gente nata dalla macerie del secondo conflitto mondiale, dispersa e proveniente da ogni parte del meridione, che non parla il solo dialetto romano, bensì un coacervo di dialetti originari del centro-sud italiano che, mescolati, producono le lingue delle borgate.

Questo mimetismo, nonostante i suoi spesso evidenziati pericoli di estetizzazione e paternalismo, è però per Asor Rosa un’operazione linguistica consapevole di Pasolini, per cui il critico offre due possibili giustificazioni:

1) Il regredire al sottoproletariato significherebbe in questa luce individuare la forma estrema dello stato di crisi e di dolore che tutti ci possiede. Solo quando questa operazione di scoperta fosse stata effettuata, si sarebbe potuto tentare un prudente recupero della dimensione storica, ritrovando l’umanità laddove l’artista aveva originariamente messo in luce proprio la disumanità (per non dire animalità) di una condizione dell’esistenza

2) Il proposito di una letteratura nazional-popolare in senso gramsciano: (…) un implicito moralismo di stampo politico (lo ‘scandalo della miseria’) guida il poeta nella protesta contro questo avvilimento dell’uomo perpetrato nei mostruosi agglomerati dei tuguri, baracche, edifici fatiscenti, che circondano la Roma capitale dell’Italia e della Cristianità (Asor Rosa, Scrittori e popolo)

In questo mondo di afflizione e povertà Pasolini tenta, per Asor Rosa, di dimostrare “la eguaglianza ‘massima corruzione=massima purezza” nel quale, nonostante l’angusto e misero mondo in cui vivono, “pederasti, ruffiani, ladri, prostitute, alcolizzati, assassini, teppisti recitano (…) una commedia umana di proporzioni inaspettate .

In tal modo il romanzo di Pasolini si fa saggio antropologico (vista la mancata presenza di una storia centrale) è primo punto d’arrivo della ricerca filologica e culturale condotta esistenzialmenre dal poeta della nuova realtà sottoproletaria romana. Il mosaico linguistico, fatto di lessico dialettale e semidialettale, e la testimonianza diretta della vita delle borgate e dei quartieri popolari, sono entrambi frutto di esperienze concrete e di  annotazioni rilevate con metodo scientifico da Pasolini, fino all’alienazione totale dell’io dello scrittore nell’oggetto delle proprie osservazioni e del suo studio. Grazie a questo doppio procedimento, antropologico e poetico, Pasolini ottiene così di mescolare i colori del proprio lirismo decadente con la realtà sociale in cui ha tanto desiderato immergersi e sprofondare.

Così, egli colora di sé la fame eterna, quasi antica, dei personaggi; il desiderio di denaro che li spinge a commettere azioni illecite; il loro rapporto con il sesso, portato all’accesso e usato come merce di scambio per il sostentamento dei bisogni più vitali. Inoltre, conclude Asor Rosa, l’uso del dialetto consente a Pasolini di dimostrare “che la frattura sociale tuttora esistente nel Paese impedisce la formazione di una lingua nazionale omogenea al livello letterario. Mimetismo significa d’altra parte adeguamento anche in questo senso della parola all’oggetto. Da qui – posizionandoci nel cuore del moralismo della società italiana del tempo, e nella crepa  tra scrittori e letteratura popolare – comprendiamo forse meglio le ragioni profonde del conflitto, e dell’incomunicabilità, tra Pasolini e il magistrato che lo accusava di oscenità.

*Immagine di copertina tratta da Wikipedia, crediti qui.

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