Ricordando Lorenza Ronzano. Due estratti da “La variabile umana”

Con Piero Cipriano e la casa editrice Eléuthera abbiamo pensato di rendere omaggio alla memoria di Lorenza Ronzano, scomparsa prematuramente, ripubblicando una piccola selezione del suo libro “La variabile umana”, Eléuthera 2019. [Ndr].

Dalla Prefazione a “La variabile umana” di Lorenza Ronzano

di Piero Cipriano

[Uno dei motivi] che rende questo libro più efficace di quelli scritti dagli psi è che la storia della psichiatria, da Pinel in poi, è sempre stata fatta da psichiatri, mai da psichiatrizzati. E Ronzano, mi permetto di dirlo (perché ne parla lei, dei suoi fallimentari tentativi di psicoterapia, proprio nel suo contributo al mio libro Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, dove racconta di come, a tutti i tecnici psi che lei ha consultato, la tecnica gli si era messa di traverso, impedendogli di parlare con lei da persona a persona) (e perché ne dice, ancora meglio, nel suo lungo romanzo inedito che io ho letto e che presto o tardi vedrà la luce), sarebbe stata una giovane psichiatrizzata se a diciotto anni, con un gesto di orgoglio e strafottenza, non avesse ricusato, rigettato, vomitato, la diagnosi che lo psichiatra che aveva in cura suo padre le attribuì: tu sei come tuo padre, le disse, la schizofrenia è genetica, ereditaria, la tua stranezza, ripeté, è figlia della stranezza di tuo padre, e come la sua stranezza anche la tua stranezza io la chiamo schizofrenia. Lorenza non so come, cosa, quando e se rispose. Sono indotto a pensare che gli abbia risposto, grosso modo: vai a farti fottere, tu e la tua diagnosi. Provo a immaginare cosa sarebbe successo a Lorenza, se invece di fare la strafottente, avesse accondisceso al sapere/potere dello psichiatra di suo padre. Avrebbe accettato di prendere le molecole dette antipsicotiche che costui le avrebbe inevitabilmente prescritto, e coerentemente con il dogma kraepeliniano che ancora accompagna questa diagnosi che è un destino (la schizofrenia è come il diabete, l’avrebbe persuasa, nel diabete devi prendere l’insulina a vita, nella schizofrenia l’antipsicotico a vita) le avrebbe ingoiate a dosi e numero crescenti per il resto della vita.

I malati sono gli organi che digeriscono il male (da La variabile umana, cap. 11, Eléuthera)

di Lorenza Ronzano

«In day hospital sono ricoverati quattro o cinque pazienti, e ce ne sarebbe un altro in coda che aspetta già da due settimane… C’è un sacco di lavoro da fare» si lamenta Patrizia. «Ma finché non rientra il dottor Agostinelli dalle vacanze non abbiamo nemmeno un medico a disposizione. E non parliamo del personale… tra due mesi Emilia se ne va! Pare che le dirigenze aziendali ancora non si siano pronunciate, ma non c’è da ben sperare di questi tempi… Lo sai che l’amministrazione ospedaliera voleva chiudere il servizio day hospital? Figuriamoci se si sognano di rimpiazzare un’infermiera, è già tanto che non chiudano baracca e burattini! Povera me, non potrò nemmeno assentarmi per le mestruazioni…».

Se Patrizia ha ragione, il day hospital verrà chiuso e chissà lei dove verrà trasferita. È un peccato che smembrino questo servizio, ma Emilia dovranno pur lasciarla andare in pensione, è da quarant’anni che lavora qui. Placida, autorevole, seduta a gambe divaricate sulla sua poltroncina girevole, ci racconta delle sue esperienze in reparto psichiatrico. «Ne ho viste di tutti i colori! Quarant’anni fa ho cominciato a lavorare nella sezione Epilettici, mamma mia» e si passa una mano sugli occhi. «Quante ne ho viste… peggio di adesso! I bambini epilettici… i neonati durante una crisi epilettica sono la cosa peggiore… Anche i vecchi, certo… Ma i neonati epilettici sono il peggio… Non sai nemmeno per dove prenderli». Poi Emilia resta per un attimo in silenzio e ci guarda, mentre le sue parole esercitano il loro effetto su di noi. Adoro questa donna. Non è mai retorica, la sua condotta non soccombe mai alla burocrazia dei protocolli ospedalieri, il suo sguardo critico deriva sempre dalla sua spregiudicata consapevolezza. Non recita mai una parte, la sua autorevolezza è innata; sa quando deve parlare, quando tacere, quando arrabbiarsi, o quando essere gentile e distaccata per mantenere le redini con un paziente difficile, e tutto ciò senza mai smarrire la sua umanità. Emilia è una miniera di saggezza e liberalità, ho imparato molte più cose da lei che da qualsiasi manuale medico. E poi è l’unica in grado di tenere testa al primario, che è più lunatico di una primadonna. La settimana scorsa ha arrancato fino al suo studio e l’ha sgridato come un bambino: «Allora, glieli vuoi firmare o no questi documenti?». Detto fatto, meno male che c’era lei. Lui se ne stava rincantucciato dietro alla scrivania, con i suoi maglioni con le teste di volpi e di renne cucite sopra… Erano tre mesi che mi faceva penare per la documentazione per il mio tirocinio. Patrizia tira fuori le cartelle cliniche dei ricoverati, Anselmi, Trippini, la Lanzavecchia e un’altra signora che non ho ancora visto, una parrucchiera. Il signor Trippini è un uomo di mezza età malato di aids. «Quando l’ha scoperto è rimasto a bocca aperta» mi informa Patrizia «non se lo aspettava, non sospettava minimamente che…». «Ma come se lo è preso?» le chiede Emilia. «E chi lo sa? Lo sai tu? Lui non lo sa, non se lo ricorda, non una congettura, niente… eppure, mi pare che non si droghi… non adesso, almeno».

Il signor Trippini non è uno sprovveduto, ha due lauree, una in Lingue, un’altra in Sociologia, parla perfettamente il russo e, per anni, durante la sua giovinezza, s’è dedicato alla politica. «Però non ha saputo farsi una posizione» interviene Patrizia «niente lavoro, niente stipendio fisso, niente famiglia, niente progetti per il futuro…». Al signor Trippini rimane soltanto una vecchia madre, con cui vive ancora, e a cui deve badare. La donna è malata, si regge a malapena in piedi, non ha altri che possano curarsi di lei, a parte il figlio. È lui che l’aiuta a sollevarsi dal letto, che la imbocca, che le porta anche solo una tazza di brodo caldo. È lui a preparare quel brodo. E il signor Trippini, che non ha nemmeno cinquant’anni, si sente già vecchio. Durante una seduta, una volta mi ha detto con terribile ironia: «Dottoressa, mi sento già cumulabile con la morte di mia madre». Il signor Trippini mi racconta di sentirsi ogni giorno più debole, annientato dalle dosi sempre più massicce di farmaci per contrastare l’aids e la depressione. Non riesce neppure a frequentare il day hospital con regolarità, al mattino si trascina fino alla fermata dell’autobus e poi, spesso, sopraffatto dalla stanchezza, ci rinuncia, fa dietrofront e torna a casa. Si butta sul letto ancora sfatto e si rimette a dormire. «Vede, dottoressa, io non ho mai osato chiedere nulla per me, mi sono dedicato anima e corpo alla politica, ho regalato il mio entusiasmo giovanile alla causa del bene comune, senza pensare a me, al mio futuro, a costruirmi una sicurezza. Ma quel bene in cui ho creduto e per il quale ho combattuto, quel mondo ideale che ho inseguito e a cui ho dedicato le mie energie migliori non mi ha concesso nulla, proprio nulla… Forse quell’ideale non esiste, è irrealizzabile, un’utopia… forse ho preso un abbaglio… Ho fatto un grosso errore di valutazione, dottoressa, ho confidato troppo nel mondo, negli altri, mi sono battuto troppo per un’idea di collettività che in fin dei conti non può esistere. Avrei dovuto badare di più a me stesso, invece non ho mai preteso nulla per me, non mai avanzato alcuna richiesta. Ho sbagliato tutto, dottoressa, ho fallito». Come la maggior parte dei frequentatori del day hospital, il signor Trippini non è niente affatto un malato mentale, tantomeno uno stupido. Soltanto si è concesso il privilegio di essere – e questo nella nostra società pare essere il peggiore, il più punibile degli affronti – si è solo concesso di essere un uomo mite. Il signor Anselmi è un uomo di 63 anni che beve il Minias (un sonnifero che si somministra a gocce) direttamente dalla boccetta. Prima del ricovero se ne scolava anche una boccetta al giorno. Conduceva la sua piccola attività di calzolaio, riparava scarpe e duplicava chiavi, finché un giorno, oppresso da una rabbia inspiegabile, s’è trovato costretto ad abbandonare la sua attività. Prima ha ceduto il suo negozietto in gestione, poi l’ha venduto ai cinesi. È andata in questo modo, che a un certo punto non riusciva più a trattenersi: «Avevo paura di fracassare la testa a qualche cliente, o a qualcuno che passasse di lì» mi ha detto una volta, durante una seduta. È ammirevole la forza d’animo con cui il signor Anselmi ha inibito la sua aggressività. Un uomo buono, senza dubbio. Un altro uomo buono che non ha osato chiedere nulla per sé, che non ha preteso niente. «Dottoressa» mi dice «dottoressa… io andavo tutti i giorni a lavorare, facevo del mio meglio, glielo assicuro… ma poi tornavo a casa e trovavo mia moglie, dritta, impettita, coi gomiti sui fianchi, che mi disprezzava, mi disprezzava… mio Dio, quanto mi disprezzava. E mia figlia! Anche lei, poco alla volta, come sua madre, anche lei… come sua madre ha cominciato a disprezzarmi! Mi odiano, dottoressa, mi disprezzano…». Poi si copre gli occhi con le mani, mi chiede di scusarlo, e piange. Il signor Anselmi è un uomo in lotta con se stesso. Il volto scavato, le palpebre edematose, le guance cadenti, le caviglie gonfie, tutto il suo corpo è lì a testimoniare della sua resa; il suo corpo non vuole più soffrire, non vuole più sentire nulla. Ma i suoi occhi sono ancora vigili, lucidi, quegli occhi così vivi sono l’ultimo barlume di coscienza, un focolaio di resistenza. Tuttavia, il signor Anselmi è stanco di questa lotta, non ha più le forze per sostenere questo contrasto. È stato bravo fino a ora, molto bravo, non ha fatto del male neppure a una mosca, ma ora con ogni evidenza non ce la fa più a reprimere l’odio, la violenza, l’aggressività che sente montare dentro di sé, e da cui lui stesso è il primo a essere soggiogato. È stanco di soffrire, è stanco di resistere, è questo che sta dicendo il povero signor Anselmi. Che anche i suoi occhi possano arrendersi all’incoscienza, è questo che sta chiedendo. Non c’è niente da fare, bisogna prescrivergli altro Minias. Il signor Anselmi a suo modo è stato forte, non ha fatto del male a nessuno, tuttavia è stato lui a soccombere. Altre volte invece le cose vanno diversamente.

Tre mesi fa un colombiano di 20 anni, in pieno giorno, ha sparato addosso a tre ragazzi marocchini davanti alla pasticceria primo-novecentesca Bonadeo, ad Alessandria. Bilancio: un morto e due feriti gravi. Prima che lo trasferissero nella Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (rems) di Torino, gli ho domandato perché l’avesse fatto: «Mi davano fastidio», questa la risposta del giovane colombiano. E come mai ti davano fastidio? «Erano miei coetanei». Un punto di vista molto interessante alla questione della criminalità e della colpevolezza è fornito da Ulrich, il protagonista del romanzo L’uomo senza qualità di Robert Musil, secondo cui il criminale non sarebbe l’unico e vero colpevole, ma sarebbe il punto di minor resistenza a certe tensioni sociali. Sarebbe il punto dove il tessuto sociale cede. In questa stessa ottica, traslando il pensiero di Musil, il paziente psichiatrico allora non sarebbe l’unico e vero malato mentale, ma il punto di minor resistenza a certe tensioni psichiche. Il punto dove il tessuto psichico cede e attraverso il quale gli attriti psichici accumulati collettivamente riescono a sforare e a emergere. L’istituzione psichiatrica e la cultura dominante pongono l’accento sia sulla debolezza, sia sulla passività di chi soffre di un disturbo psichiatrico (che non a caso viene designato «paziente»). Ma il paziente psichiatrico non è soltanto l’anello debole in cui si spezza una catena, è anche e soprattutto un elemento di forza, in quanto ogni «malato» ha la forza fisiologica di sentire, di percepire che qualcosa non sta andando per il verso giusto. In questo senso, ogni malato non è soltanto un elemento passivo, qualcuno che sta soffrendo, ma è anche e soprattutto un elemento attivo, in quanto svolge la funzione di spia, testimonia un’emergenza e, sebbene suo malgrado, denuncia un disturbo collettivo attraverso il proprio vissuto. I «malati», i pazienti psichiatrici, ma anche i criminali e ogni forma di reietti non sono una categoria di persone da tutelare e da proteggere con condiscendenza paternalistica in quanto elementi deboli, come il falso umanismo vorrebbe far credere; piuttosto, sono persone da tutelare e proteggere in quanto elementi «forti», poiché insieme vanno a costituire un importante e utilissimo organo sociale. Essi svolgono l’imprescindibile funzione di allarme, di emergenza, di denuncia bio-fisiologica di un corpo collettivo, la società. Sono una specie di organo-filtro, come il fegato, i reni, i polmoni, soggetti ad ammalarsi e deteriorarsi per primi perché in costante e diretto contatto con lo «scarto», con ciò che è «nocivo», con ciò che va eliminato e «spurgato» dall’organismo. I «malati» sono i catalizzatori dell’ombra – come direbbe Jung – ovvero coloro che processano il rimosso, che smistano l’elemento sfavorevole, che trattano il polo negativo. Sono naturalmente i più intossicati, i più sovraccarichi, perché sono i primi a dover digerire il «male». Questi miei scritti, o appunti, o brevi saggi, sono un modo per testimoniare della loro utilità sociale, della loro importanza fisiologica per la struttura collettiva; un modo per ribadire la loro attività e la loro forza, a dispetto della fragilità e dell’eccezionale sensibilità intrinseche alla loro stessa natura. Queste mie pagine sono un modo per essere vicina, per essere dalla parte di chi – sebbene suo malgrado e forse inconsciamente – si carica di questo grande peso psicofisiologico, di questa responsabilità morale.

1 Commento

  1. Ho letto con grande interesse il libro, appena pubblicato . Mi ha aperto nuovi orizzonti e ha confermato, rassicurandomi, ciò che in parte pensavo della psichiatria.
    Un testo che meriterebbe a pieno titolo di essere adottato in tutte le strutture che curano i cosiddetti malati psichiatrici. Capovolge una visione della “malattia”, la vede da un’altra prospettiva, toglie polvere e arroganza. Prende in considerazione con grande serietà e onestà intellettuale l’essere umano

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