Trieste Science+Fiction Festival: ridimensionarsi con Jan Kounen e resistere al capitale con Ted Chiang

di Diletta Coppi

Trieste vanta da decenni una tradizione con il cinema di fantascienza: per quasi vent’anni, fino agli inizi degli anni Novanta, i triestini potevano godersi al Castello di San Giusto il Festival internazionale del film di fantascienza.

Oggi, il Trieste Science+Fiction Festival, che ne riprende e rilancia lo spirito, celebra la sua 25ª edizione, consolidandosi come punto di riferimento per la fantascienza italiana. Organizzato da La Cappella Underground e sotto la direzione artistica di Adam Jones, il Festival trasforma ogni anno la città in un laboratorio creativo e intellettuale aperto a cinema, letteratura, arti visive e nuove tecnologie.

Dal 28 ottobre al 2 novembre, la manifestazione ha offerto un programma ricco, vario e accuratamente curato, con proiezioni, incontri e dibattiti che hanno scandagliato ogni sfaccettatura del genere: dai grandi classici alle innovazioni più futuriste. Contemporaneamente al Festival si sono svolti a Trieste gli Ivipro Days 2025, ormai un appuntamento consolidato che esplora il videogioco come risorsa per raccontare territori e patrimoni culturali.

La cerimonia d’apertura, martedì 28 ottobre al Politeama Rossetti, ha visto la proiezione di due film: The Shrinking Man di Jan Kounen e The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt. Il primo, vincitore del Premio Méliès d’argento, è tratto dal romanzo fantascientifico degli anni ‘50 di Richard Matheson e narra la storia di Scott Carey, che a causa di un evento inspiegabile inizia a rimpicciolirsi di tre millimetri ogni giorno. Il racconto, e il film che gli rende omaggio, esplorano la fragile finitezza umana, ribaltando l’ordine delle cose fino a trasformare l’amato gatto di casa nel suo predatore naturale. La voce fuori campo del protagonista ci accompagna passo dopo passo nella sua inevitabile decrescita, fino a sfiorare il nulla. Un’esperienza intensa non adatta ad aracnofobici!

Tra le sedi più iconiche, lo Sci-Fi Dome in piazza della Borsa, progettato da Francesco Ruzzier, nonché neodirettore organizzativo del Festival, si è confermato un fulcro pulsante di energia: dai meme filosofici di Filosofia Coatta alla provocatoria ironia dei libri brutti di Auroro Borealo. Tra gli appuntamenti imperdibili, quelli con Ted Chiang, autore americano pluripremiato e voce imprescindibile nella scena fantascientifica contemporanea. Chiang, l’intellettuale capace di fondere filosofia, scienza e narrativa, è stato ospite in due incontri allo Sci-Fi Dome: il primo con Matteo Bordone per discutere di intelligenza artificiale, il secondo con la linguista Vera Gheno sul potere delle parole di costruire mondi.

Sentirlo parlare è stato illuminante: le sue riflessioni sull’Ai ci hanno ricordato che non si tratta di un “destino inevitabile”, ma di uno strumento che, seppur potente, serve a rafforzare un sistema capitalistico che allo stesso tempo ci sta consumando. Alla domanda di Bordone sull’utilizzo dell’Ai per creare nuovi contenuti, Chiang ci ha ammonito: “Dovremmo inventare un’Ai che consumi tutto quello che produciamo, perché è troppo”. L’ultimo incontro con Chiang è stato al Politeama Rossetti nella serata conclusiva del Festival. Dialogando con il giornalista Emilio Cozzi, lo scrittore ha introdotto la proiezione del film Arrival di Denis Villeneuve, tratto dal suo celebre racconto Storia della tua vita.

Chi, come me, vive con passione la magia di questo festival ogni anno, ha potuto constatare come la fantascienza, più che semplice evasione, si configuri oggi come ponte critico tra immaginazione e realtà, un invito aperto a pensare il futuro con curiosità e consapevolezza.

In un mondo che sembra correre verso un futuro sempre più incerto e complesso, il Trieste Science+Fiction Festival non è solo celebrazione di un genere letterario o cinematografico, ma spazio di riflessione fondamentale. Con la sua carica di intelligenza e creatività, la manifestazione ci ricorda che la fantascienza è uno specchio delle nostre paure, speranze e desideri, e veicolo privilegiato per immaginare altri mondi e costruirli davvero. Se ogni anno il Festival rinnova la sua promessa, è perché sa mettere al centro l’essere umano e la sua capacità inesausta di guardare oltre, di interrogare il presente per riscrivere il domani e pensare con coraggio il futuro.

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